La ricostruzione del calcio italiano tra vivai, stadi e la destinazione dell’1% dei diritti tv
L’Italia del pallone cerca ancora il nuovo commissario tecnico e il direttore dell’area sportiva della Nazionale, eppure il vero dossier sul tavolo non riguarda la panchina azzurra. La crisi tecnica emersa negli ultimi anni è infatti il riflesso di problemi più profondi: la fragilità dei settori giovanili, il ritardo infrastrutturale e un modello economico che fatica a redistribuire risorse lungo tutta la filiera.
Le audizioni alla Commissione Cultura della Camera e gli interventi del ministro per lo Sport Andrea Abodi e del presidente della Figc Giovanni Malagò offrono una fotografia nitida di questa fase. Dietro la disputa sull’1% della mutualità calcistica si nasconde, in realtà, una questione strategica: chi finanzia il futuro del calcio italiano?
Il valore di quell’1%
La decisione del Governo e del ministro per lo Sport e giovani Andrea Abodi di destinare, con il cosiddetto decreto Sport (decreto legge 108) varato lo scorso 16 giugno, alla Serie A femminile professionistica l’1% delle risorse previste dalla Legge Melandri sui proventi tv ha aperto un confronto tra Governo, Figc e Lega Pro. Una quota apparentemente marginale, ma che vale milioni di euro e soprattutto rappresenta una leva fondamentale per lo sviluppo dei giovani.
Matteo Marani, presidente della Lega Pro, ha chiesto che quella percentuale venga assegnata direttamente alla Serie C con un vincolo preciso: sostenere i vivai. Il ragionamento è difficilmente contestabile. Se la Serie A è il vertice della piramide, la Serie C rappresenta uno dei principali punti di accesso al professionismo per migliaia di giovani calciatori italiani.
Non è un caso che Marani abbia ricordato come gran parte di queste risorse – circa 8 milioni all’anno – sia stata utilizzata fin qui per finanziare la “riforma Zola”, il progetto che incentiva l’impiego e la valorizzazione dei giovani e delle relative strutture nei club di terza serie. In un sistema che importa talenti dall’estero e produce sempre meno calciatori per la Nazionale, investire nella formazione non può essere considerato una voce accessoria di bilancio.
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