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UNICAL VOICE – Toy Story 5 parla agli adulti

Toy Story 5 è un ritorno tra nostalgia e presente: Woody, Buzz e Jessie affrontano un’infanzia sempre più segnata dalla tecnologia. Il film riflette sul rapporto tra bambini, schermi e immaginazione, parlando soprattutto agli adulti.

Le ultime uscite cinematografiche non raccontano avventure, ma si focalizzano sul passare del tempo e sulla nostalgia dell’infanzia.

Toy Story 5 appartiene a questa categoria. Il ritorno di Woody, Buzz e dei loro compagni non è soltanto un tuffo nella nostalgia per chi è cresciuto con la saga Pixar, ma una riflessione sull’infanzia contemporanea, sul rapporto con la tecnologia e sul valore dell’immaginazione.

Prodotto da Pixar Animation Studios e Walt Disney Pictures, il quinto capitolo della celebre saga è diretto da Andrew Stanton. Arrivato nelle sale italiane ormai lo scorso 18 giugno, il film raccoglie l’eredità di una delle serie d’animazione più importanti degli ultimi trent’anni. La pellicola sceglie però di spostare il suo sguardo verso una sfida profondamente attuale.

TRAMA DI TOY STORY 5 SENZA SPOILER

Senza troppi spoiler, la storia riprende dopo gli eventi del quarto capitolo. Bonnie è cresciuta e nella sua quotidianità entra sempre più prepotentemente la tecnologia. Per Jessie, Buzz e gli altri giocattoli rimasti con lei il problema non è più conquistare l’affetto di un bambino, ma trovare il proprio posto nella sua vita in un mondo in cui tablet, videogiochi e dispositivi digitali sembrano aver cambiato il modo di giocare.

È proprio questo l’elemento che distingue Toy Story 5 dai suoi predecessori. Se il primo film parlava della paura di essere sostituiti, il secondo dell’identità, il terzo dell’abbandono e mentre il quarto affrontava la ricerca di un nuovo significato della propria esistenza, quest’ultimo capitolo porta il conflitto fuori dalla cameretta e dentro un dibattito che riguarda tutta la società. Il “rivale” dei giocattoli non è un altro giocattolo, ma un modello culturale e della nuova educazione in cui gli schermi occupano uno spazio — purtroppo — sempre più centrale nella vita dei bambini.

La forza del film, tuttavia, sta proprio nell’evitare facili contrapposizioni. Pixar non demonizza la tecnologia e non cade nella nostalgia fine a sé stessa. Piuttosto, mostra come il problema non siano gli strumenti digitali, ma il modo in cui vengono utilizzati e il rischio che finiscano per sostituire il gioco libero e creativo.

UN FILM DEDICATO AI GENITORI DELLA NUOVA GENERAZIONE

Più che ai bambini, infatti, la pellicola sembra voler parlare ai genitori che li accompagnano in sala. Il messaggio è tanto semplice quanto potente: anche circondati dalla tecnologia, i bambini continueranno a essere bambini e giocheranno sempre come bambini, purché abbiano davanti stimoli capaci di alimentare la fantasia e la creatività.

Gli schermi, quando diventano l’unica forma di intrattenimento, rischiano invece di offrire esperienze già costruite, canalizzate e limitate, lasciando meno spazio all’immaginazione spontanea.

Allo stesso tempo, il film suggerisce anche una dinamica meno evidente: i bambini che non rientrano pienamente in questa cultura “kidpad” finiscono per essere percepiti come diversi, se non addirittura indietro, e possono incorrere in forme di esclusione o marginalizzazione tra pari, proprio perché non partecipano agli stessi codici digitali dominanti.

È qui che Toy Story 5 trova la sua morale più profonda. L’amicizia, da sempre cuore pulsante della saga, lascia spazio a una riflessione più ampia sul significato dell’infanzia nel XXI secolo.

Forse è proprio questo il merito più grande dell’ultimo capitolo di Toy Story: ricordare che crescere non significa smettere di immaginare e che nessuna tecnologia, per quanto evoluta, potrà mai sostituire quel mondo invisibile che nasce quando un bambino prende un giocattolo tra le mani e gli dà vita, magari proprio in compagnia di un coetaneo.


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