Amy Rose Mills – I Think We’ve Met Before
Mi sono innamorato follemente di questo album. L’ho ascoltato in loop per diverse sere e l’ho trovato disperatamente affascinante. Ho amato ogni piega sotto cui si nascondono melodie imperfette, armonie spezzate, esplosioni ora trattenute ora folgoranti. È un disco dai toni insieme ironici, malinconici e rabbiosi.

“I think we’ve met before”, album d’esordio della cantautrice newyorkese Amy Rose Mills, rappresenta una deviazione sorprendente rispetto alle esperienze dell’artista nel noise rock, privilegiando un linguaggio fatto di folk psichedelico, slowcore e confessione domestica. Raccoglie i frammenti di una coscienza e li restituisce in un arcobaleno musicale, come un prisma.
Fin dal titolo emerge l’impressione che ogni persona, ogni stanza e ogni emozione siano già state vissute in un’altra vita. È proprio questa incertezza a permeare l’intero album. Le dodici tracce sembrano pagine di un diario ritrovato, annotate senza preoccuparsi di costruire una narrazione lineare.
Il fascino dell’album risiede nella sua capacità di alternare leggerezza e inquietudine. È un disco costruito come una raccolta di fotografie sbiadite. Nessuna immagine è perfettamente a fuoco, ma proprio questa sfocatura restituisce la sensazione autentica della memoria. Amy Rose Mills accumula piccoli dettagli, coincidenze, pensieri interrotti, trasformandoli in un universo sorprendentemente coerente.
“I think we’ve met before” non si offre come una raccolta di canzoni, ma come un archivio di presenze, una costellazione di tracce in cui ogni suono appare già sul punto di dissolversi. Più che essere registrato, il disco sembra essere rimasto impresso, come una fotografia dimenticata in un cassetto, sulla superficie instabile della memoria.
In un’epoca in cui anche l’intimità viene spesso prodotta come spettacolo, queste composizioni scelgono la via opposta: si sottraggono continuamente. Le melodie non cercano mai il compimento; gli arrangiamenti sembrano arrestarsi un istante prima di diventare definitivi; la voce non occupa il centro della scena, ma vi transita come un pensiero pronunciato quasi involontariamente.
È una poetica dell’incompiuto.
Tutto questo non deve però far pensare a un album difficile all’ascolto. La voce è schiva ma estremamente drammatica, gli archi sono incisivi come lame e i suoni imperfetti, screziati che abbondano nel disco non sono mai fini a se stessi.
È una musica infestata dalle imperfezioni. I respiri, le esitazioni, il rumore ambientale, persino le piccole instabilità dell’esecuzione non sono elementi da correggere, ma la materia stessa dell’opera.
I titoli delle tracce costituiscono uno degli aspetti più significativi dell’intero progetto. “it’s raining again i’m sick in bed”, “wednesday july 9th at 3:33 AM”, “maybe i’ll see you in a year or 2″, “david tibet blocked me on instagram”, sembrano annotazioni senza alcuna intenzione letteraria e proprio per questo acquistano una forza narrativa inattesa.
Quando il disco termina, il suo titolo torna a risuonare con un significato diverso. “I think we’ve met before” non è più una frase rivolta all’altro. È il pensiero che la musica rivolge all’ascoltatore. E la risposta, silenziosa, è che forse sì: ci eravamo già incontrati. Non in un luogo o in un tempo precisi, ma in quella zona indistinta dove ogni esperienza autentica sembra provenire da qualcosa che, pur non essendo mai accaduto, ci appartiene da sempre.
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