Cultura

Pesaro Film Festival 2026: Valentina Signorelli ci racconta Mamma, That’s All Right, sulle orme di Elvis

È stato uno degli eventi speciali del Pesaro Film Festival 2026, in prossimità della chiusura della manifestazione che si è svolta nell’arco dell’ultima settimana nella città marchigiana: stiamo parlando di Mamma, That’s All Right, che dopo l’anteprima mondiale a Washington DC, in occasione del 50esimo anniversario della NIAF – National Italian American Foundation e dell’Italian-American Heritage and Culture Month, sabato 20 giugno ha avuto la sua anteprima italiana proprio a Pesaro, in presenza della regista e co-produttrice Valentina Signorelli. Ambientato in Tennessee, fra Nashville e Memphis, Mamma, That’s All Right descrive l’esperienza di due immigrati italiani, Luca Chiappara e Mario Montero, che si sono trasferiti negli Stati Uniti per inseguire il sogno di lavorare nella musica.

La celebrazione della festa del 4 luglio è l’occasione, per Valentina Signorelli, di testimoniare l’incontro e il sodalizio artistico fra Chiappara e Montero, fino ad arrivare a una sessione di registrazione presso il Sun Studio, la fucina in cui presero vita molti fra i maggiori successi di Elvis Presley, inclusa quella leggendaria That’s All Right (da cui il titolo del film) incisa il 5 luglio 1954 e diventata il singolo di debutto del Re del rock’n’roll. Nata a Bergamo nel 1989 ma residente da diversi anni a Londra, nella nostra intervista Valentina Signorelli ci ha raccontato la genesi e la realizzazione di Mamma, That’s All Right, opera caratterizzata da uno sguardo carico di affetto e di fascinazione nei confronti di questa parte importantissima dell’immaginario culturale americano.

 

Gli italiani in America raccontati da Valentina Signorelli


I due protagonisti del film, Luca Chiappara e Mario Monterosso, hanno caratteri e personalità piuttosto differenti: quando e come è nata l’idea che Mamma, That’s All Right potesse svilupparsi proprio dalla fusione di queste due storie?

«Il progetto nasce dall’opportunità offerta dai NIAF – Aurelio De Laurentiis Film Prizes di raccontare storie di italiani in America in modo anticonvenzionale, lontano dagli stereotipi. Mi sono chiesta: chi racconta gli italiani che vivono nel Sud degli Stati Uniti? Tutti li associano tradizionalmente a New York, Los Angeles, Chicago, eppure esistono tante altre comunità in giro per il paese. Conosco Luca Chiappara da oltre dieci anni, e da tempo viveva a Nashville: sono partita da lui. Cercavo anche qualcuno che condividesse lo stesso viaggio ma che gli facesse da contraltare, caratterialmente e generazionalmente. È arrivato così Mario Monterosso, di base a Memphis. Dalla tensione fra questi due mondi è nato il film.»

 

Nell’immaginario collettivo, Nashville e Memphis costituiscono da decenni due città-simbolo della musica e della cultura americane: conoscevi già queste due città in maniera diretta o Mamma, That’s All Right è stata un’occasione per scoprirle? Quali differenze hai rilevato fra queste due capitali della musica?

«È stata un’occasione di scoperta anche per me e il modo più bello per vivere una città è attraverso gli occhi e le esperienze di chi ci abita davvero. Il Tennessee è uno Stato politicamente conservatore ma straordinariamente attivo dal punto di vista dell’industria musicale. Nashville è in piena espansione: dopo la pandemia tantissimi giovani americani si sono trasferiti da stati come la California e la Florida, attratti da un costo della vita più sostenibile e da un mercato del lavoro in espansione. Memphis è un’altra storia: una città più povera, segnata da fratture sociali profonde, dove la divisione tra bianchi e neri è ancora ben visibile, anche solo nella rigida distinzione tra quartieri.»

 

Della storia e dell’immaginario degli Stati Uniti ti eri già occupata nel tuo precedente documentario, Made in Dreams: come hai sviluppato questa fascinazione per la cultura americana e per il suo rapporto con l’Italia? Nel prossimo futuro hai intenzione di proseguire questa esplorazione attraverso nuovi progetti?

«Vivo a Londra dal 2013 e la mia storia è una tra le tante degli italiani nel mondo. Nel mio caso, la Brexit ha segnato profondamente la mia vita: i cittadini europei si sono ritrovati al centro di un dibattito pubblico, costretti a ‘ri-legalizzarsi’ da un giorno all’altro. Questo mi ha avvicinato ad altre comunità italiane nel mondo, persone che costruiscono solidarietà e appartenenza mentre la politica si polarizza. Quanto al futuro: sto lavorando a un lungometraggio di finzione che racconta il viaggio di ritorno di una donna che rientra in Italia dopo anni all’estero. È la mia personale Odissea, a cui lavoreremo dal 2027.»

 

Da Memphis a Pesaro, inseguendo l’American Dream


È pressoché impossibile pensare a Memphis, e in generale alla storia della musica statunitense, senza pensare a Elvis: come avete fatto a ottenere la partecipazione di Priscilla Presley e cosa ha rappresentato, a tuo avviso, per il film?

«Siamo arrivati a Priscilla Presley attraverso una rete di contatti musicali che parte da Memphis, dove Mario vive. Le ho scritto una lettera, spiegando perché la sua testimonianza sarebbe stata importante: lei incarna, come poche altre persone al mondo, il “sogno americano”. Ha accettato e la sua presenza è stata, senza dubbio, il regalo più grande di tutto il progetto.»

 

Attraverso le storie di Luca e Mario, Mamma, That’s All Right ci restituisce anche l’affresco di un’America al tempo stesso accogliente e legata alle proprie tradizioni, un paese che sembra aver conservato un intimo senso di ‘innocenza’. Allargando lo sguardo, che idea ti sei fatta sugli Stati Uniti degli ultimi anni? In che modo il calore umano descritto nel film riesce a convivere con le tensioni dell’America di Donald Trump?

«Gli Stati Uniti sono un paese immenso, e sarebbe una banalità ridurre le persone alla loro politica. Ho le mie idee, che tengo per me, perché il nostro lavoro non è quello di giudicare, ma di osservare e raccontare nella speranza di restituire al cinema il suo potere più importante: quello di unire le persone.»

 

Non è la prima volta che la tua carriera di regista e di produttrice passa attraverso il Pesaro Film Festival: cosa puoi dirci del tuo rapporto con questa manifestazione?

«È vero, nel 2024 avevo presentato da produttrice Non credo in niente di Alessandro Marzullo, opera prima girata interamente in 16mm. Con Mamma, That’s All Right portiamo invece la nostra première italiana ed europea. Pesaro è da sempre sinonimo di cinema indipendente e di coraggio critico, e questo è un momento difficilissimo per il cinema italiano. Avere uno spazio storico come Pesaro restituisce dignità e supporto al nostro lavoro.»


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