Il calcio italiano deve diventare un’industria culturale
Chi vince gioca i mondiali. Chi perde rielegge il presidente federale. Il calcio italiano da troppo tempo si sta avvitando intorno alla parafrasi di questa massima coniata da Julio Velasco, l’allenatore più vincente della storia del volley. Eppure, c’è un equivoco di fondo che da anni accompagna il dibattito sulla crisi del football tricolore: si continua a misurare la salute del sistema sulla base dei risultati sportivi (non certo lusinghieri), senza affrontarne le fragilità strutturali. Le sconfitte della Nazionale, le difficoltà nelle competizioni europee, il gap crescente rispetto alla Premier League – e ad altri modelli più agili come la Liga – non sono che la manifestazione visibile di un deficit più profondo, che attiene a economia, impianti e governance.
Su questo terreno si inserisce la nuova presidenza federale di Giovanni Malagò, reduce da una lunga esperienza al vertice del Coni. Una figura, dunque, che conosce la complessità dello sport italiano ma che ora è chiamata a misurarsi con un settore che, più che un comparto sportivo, è – o dovrebbe essere – un’industria culturale e finanziaria. Con tutto ciò che ne consegue in termini di sostegno legislativo.
Il primo nodo è quello economico. Il modello italiano resta eccessivamente dipendente dai diritti tv domestici (e da quel ne resterà dopo i prossimi rinnovi), con una capacità limitata di sviluppare ricavi alternativi. Sponsorizzazioni, merchandising, soprattutto l’internazionalizzazione del brand, sono leve ancora sottoutilizzate. A fronte di entrate stagnanti, i costi – in particolare salari e commissioni – sono rimasti rigidi, creando una compressione dei margini, perdite costanti che appesantiscono i bilanci con oltre 5 miliardi di debiti, riducendo la capacità di investimento. La sfida per Malagò sarà promuovere il passaggio a modelli di vera sostenibilità. Il secondo fronte è quello infrastrutturale. Gli stadi rappresentano la più evidente anomalia italiana: impianti obsoleti, proprietà pubblica diffusa, iter autorizzativi farraginosi. In un’economia dello sport sempre più orientata ad esperienze e intrattenimento, l’impianto dovrebbe essere un asset in grado di generare ricavi tutto l’anno. Senza un salto di qualità su questo piano, il sistema continuerà a perdere competitività. La Figc, pur non avendo competenze dirette, può svolgere un ruolo di pressione e coordinamento. Malagò, per rete relazionale e peso istituzionale, può essere il facilitatore di un dialogo finora inefficace tra club, enti locali e governo. C’è poi il tema della governance, storicamente il punto più fragile del calcio italiano. La frammentazione tra leghe, federazione e istituzioni ha prodotto un sistema decisionale lento, spesso paralizzato da interessi divergenti. Le riforme dei campionati, una più equa distribuzione delle risorse, la stessa definizione delle strategie industriali si scontrano con logiche di breve periodo. La vera discontinuità che Malagò è chiamato a imprimere riguarda proprio questo: trasformare la Figc da luogo di mediazione a centro di indirizzo strategico.
Accanto alle riforme di sistema, si inseriscono alcune scelte operative dal grande significato simbolico, a partire dalla scelta del nuovo allenatore e dall’idea di introdurre una figura di raccordo tra federazione e Nazionale: un direttore tecnico con forte credibilità, capace di dialogare con il nuovo ct e orientare le scelte sportive. I nomi circolati, come quello di Paolo Maldini, indicano una direzione precisa: rafforzare la competenza sportiva all’interno dell’architettura federale.
Sul piano politico, le priorità indicate da Malagò sono condivisibili e tutto sommato condivise: ampliamento dello ius soli sportivo, reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita per attrarre talento internazionale, revisione del divieto di pubblicità legata al betting e riconoscimento di una quota della raccolta delle scommesse da destinare al sistema calcio. La vera sfida sarà indirizzare queste risorse a sostegno dei settori giovanili e delle infrastrutture di base, come centri sportivi e academy di qualità per la formazione a 360 gradi dei giovani talenti. Ed è proprio il tema del talento a rappresentare il fattore più strategico nel medio-lungo periodo. L’Italia ha perso centralità nella formazione dei calciatori, mentre altri Paesi hanno costruito modelli integrati tra accademie, scouting e metodologie. Il risultato è una maggiore dipendenza dall’estero (anche per regole più convenienti) e una riduzione della qualità media delle rose. Intervenire qui significa ripensare l’intera filiera: dagli allenatori alle strutture, fino ai meccanismi di incentivi per i club. In ultima analisi, tutte queste direttrici convergono in una questione più ampia: la cultura del sistema. Il calcio globale è oggi un’industria dell’intrattenimento, in cui competono modelli organizzativi prima ancora che squadre. L’Italia sconta un ritardo nell’adattarsi a questa trasformazione, rimanendo ancorata a logiche novecentesche. Il mandato di Malagò alla fine si giocherà su questo crinale: accompagnare il calcio italiano in una rivoluzione industriale da cui è rimasto da troppo tempo ai margini.
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