Il 34,7% dei laureati ha un genitore laureato. Figli di operai solo il 17,2%. “L’università non è più ascensore sociale”, cresce la trasmissione del privilegio. I dati Almalaurea

In dieci anni è salita dal 28,5% al 34,7% la quota di laureati con almeno un genitore laureato. I figli di operai e impiegati esecutivi restano indietro, specie nei corsi a ciclo unico. Il diritto allo studio tradisce la sua promessa.
Uno dei dati più profondi e inquietanti dell’Indagine AlmaLaurea 2026 riguarda l’origine sociale dei laureati. Il rapporto analizza il titolo di studio dei genitori e la professione svolta, confrontandoli con la popolazione italiana della stessa fascia d’età. Il risultato è netto: la popolazione universitaria proviene da contesti socio-culturali sensibilmente più favoriti rispetto alla media nazionale. E questo divario, anziché ridursi, si è ampliato nell’ultimo decennio.
Genitori laureati: +6,2 punti in dieci anni
Nel 2015, i laureati con almeno un genitore laureato erano il 28,5%. Nel 2025, questa quota è salita al 34,7% (e al 35,6% escludendo gli atenei telematici, dove l’origine sociale è tendenzialmente meno elevata). Il dato è ancora più eloquente se confrontato con la popolazione generale italiana: tra gli uomini di 45-64 anni (fascia d’età di riferimento dei padri), la quota di laureati è del 15,1%; tra i padri dei laureati AlmaLaurea, invece, è del 21,1%. Anche per le madri il divario è evidente: 19,1% nella popolazione femminile, 23,7% tra le madri dei laureati.
Significa che un giovane con genitori laureati ha una probabilità di laurearsi molto più alta rispetto a un coetaneo con genitori non laureati. L’università, invece di compensare lo svantaggio d’origine, lo riproduce e in certi casi lo rafforza.
Differenze per tipo di corso: il ciclo unico è un club d’élite
La trasmissione del privilegio non è uniforme tra i diversi percorsi di studio. Tra i laureati di primo livello (triennale), la quota con almeno un genitore laureato è del 32,4%; tra i magistrali biennali sale al 35,3%; tra i magistrali a ciclo unico (come Medicina, Giurisprudenza, Veterinaria, Architettura, Scienze della Formazione primaria) tocca il 46,3%. Nel gruppo medico e farmaceutico, in particolare, arriva al 55,1%.
Questa graduatoria racconta una selezione sociale progressiva: si accede ai corsi più lunghi e prestigiosi – spesso a numero chiuso – non solo per merito scolastico, ma anche perché solo le famiglie con risorse economiche e culturali possono sostenere i figli in percorsi quinquennali o sessennali, rinviando l’ingresso nel lavoro.
L’estrazione sociale favorevole corre anche sul versante opposto
Se si guarda alla professione dei genitori (indice di classe sociale), il quadro è altrettanto netto. I laureati con origine sociale elevata (genitori imprenditori, liberi professionisti, dirigenti) sono il 22,4% del totale. Ma tra i magistrali a ciclo unico la percentuale schizza al 32,3%, mentre tra i triennali si ferma al 20,7%.
Di converso, i laureati di estrazione sociale svantaggiata (genitori operai o impiegati esecutivi) rappresentano il 23,3% del totale. Tra i triennali sono il 25,1%, tra i magistrali biennali il 21,9%, ma tra i cicli unici crollano al 17,2%. Il percorso di studi più lungo e prestigioso diventa così appannaggio di chi può permetterselo.
Le conseguenze: ritardo, voto e mobilità
Il rapporto non si limita a descrivere il fenomeno, ma ne misura le conseguenze operative. Il modello di regressione lineare sui fattori che influenzano i tempi di laurea mostra che, a parità di altre condizioni, chi ha genitori con al più una qualifica professionale impiega in media il 7,9% di tempo in più rispetto a chi ha entrambi i genitori laureati. Un ritardo che si accumula anno dopo anno, allontanando ulteriormente i giovani svantaggiati dal mercato del lavoro.
Anche le scelte di mobilità geografica ne risentono: tra i laureati con origine sociale elevata, il 64,5% ha studiato al massimo nella provincia limitrofa a quella del diploma; tra quelli di origine svantaggiata, la quota sale al 73,6%. Chi parte da una famiglia con poche risorse tende a restare vicino a casa, limitando l’accesso agli atenei d’eccellenza del Centro-Nord.
Un fallimento del principio costituzionale
L’articolo 34 della Costituzione italiana recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. I dati AlmaLaurea 2026 dimostrano che questo diritto è solo sulla carta. Senza un potenziamento deciso del diritto allo studio (borse, residenze, servizi) e senza un intervento strutturale sugli investimenti nell’istruzione, l’università italiana continuerà a essere una macchina che riproduce, anziché ridurre, le disuguaglianze. Il dato più eloquente è anche il più amaro: in dieci anni, la trasmissione intergenerazionale del titolo di studio è aumentata, non diminuita.
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