Sicilia

Fontana: ecco perché Trump sull’Iran ha fatto errori consistenti

«Viene indebolito in maniera progressiva da diversi potenti il ruolo di mediazione internazionale che in qualche modo riusciva a contenere i conflitti. Quello in atto è un cambiamento pericoloso, soprattutto perché alla logica della composizione ha rinunciato la principale superpotenza mondiale, l’America guidata da Trump, che aveva il ruolo fondamentale di mantenere la stabilità». Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, entra così nel cuore delle contraddizioni dello scenario internazionale. E sottolinea che il giornalismo di qualità ha il compito di fare luce su tutti gli aspetti della realtà svelando le manipolazioni e le falsificazioni presenti nel dibattito pubblico. “Ho provato emozione per i 150 anni del Corriere della Sera, un passaggio molto importante nell’ottica di un giornalismo che unisce i valori della tradizione e l’innovazione multimediale, i media hanno nel presente un ruolo ancor più rilevante nel garantire un’informazione rigorosa e verificata”.

Quali sono i tratti caratteristici del modello di potere prevalente nel mondo?

“La prepotenza e l’arroganza che sono legate alle prove di forza di diversi potenti e generano caos in diversi contesti. Nel caso della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran le decisioni adottate non sono andate bene sul piano strategico e pragmatico, perché fondate su errori di valutazione molto consistenti: la sottovalutazione della capacità di resistenza dell’Iran, la mancata attenzione all’efficace controllo da parte degli iraniani dello stretto di Hormuz – con le prevedibili ricadute negative sull’economia globale – . Trump sta mettendo in difficoltà l’Occidente dando un vantaggio alla superpotenza rivale, la Cina che invece agisce con maggiore diplomazia e prudenza”.

Trump è in deciso calo nei sondaggi negli States, è giunto anche a minimizzare la guerra con l’Iran, parlando di “scaramucce”. Si tratta di una tattica?

“È una tattica ed è anche un tratto caratteriale di Trump. Ed è il risultato di un approccio narcisistico alle questioni mondiali, nel senso che il presidente degli Stati Uniti agisce in base a quello che lui ha pensato quel mattino e quello che lui decide di fare pensa che debba essere realizzato senza tenere in conto la complessità delle questioni. Se qualcosa lo ostacola o se qualcuno lo ostacola deve essere attaccato, deve essere destabilizzato, devono esserci minacce e ritorsioni. Con ripercussioni fortemente negative da un punto all’altro del mondo. Dapprima disse che nella guerra dei 12 giorni era stato annullato il programma nucleare iraniano per poi invece sostenere che i nuovi attacchi servono a bloccarlo. In seguito ha affermato che il risultato è quasi raggiunto mentre l’intelligence americana lo ha smentito facendo trapelare che il programma nucleare iraniano è praticamente intatto. Adesso vi è la notizia di una bozza di accordo tra Stati Uniti e Iran, ma occorre vedere la versione definitiva e quali saranno gli esiti concreti. Già vi sono dei distinguo da fonti iraniane e israeliane”.

Cosa ne pensa dei duri attacchi di Trump rivolti a Leone XIV?

“Un errore di valutazione clamoroso da parte di Trump, che si sente in competizione con il Papa americano. Ha pensato che al suo attacco Leone XIV avrebbe risposto scendendo sul terreno della competizione politica, della scaramuccia. Invece il Papa ha fatto qualcosa di completamente diverso, ha indicato la sua missione pastorale che è quella di risolvere i conflitti, fermare le guerre, portare la voce del cristianesimo in una maniera ecumenica e legata alla missione della Chiesa. Quindi ha cambiato rispetto a Trump il terreno di gioco e ne è uscito vincente”.

Come giudica lo scenario politico italiano?

“La sconfitta riportata dal governo di centrodestra al referendum sulla giustizia ha interrotto una conduzione dell’esecutivo Meloni che sembrava andare avanti sotto la logica dell’invincibilità. Il referendum ha rotto quest’incantesimo e ha dimostrato che il governo del Paese è contendibile alle prossime elezioni. La prima sconfitta ha aperto una serie di dinamiche di disgregazione della coalizione di centrodestra che prima erano sotto traccia e che ora sono venute alla luce in maniera consistente. La barra del timone dell’esecutivo non è stata ancora raddrizzata, e soprattutto c’è una prospettiva di un anno in cui il governo Meloni deve affrontare una crisi internazionale pesante, crisi determinata dalle guerre e che sta avendo conseguenze importanti sull’economia italiana. Emerge una grande difficoltà nell’affrontare tutto questo perché non vi è la capacità di spesa visti i debiti di bilancio. Inoltre da decenni l’Italia ha problemi seri di mancata crescita con ritardi sul piano infrastrutturale e tecnologico”.


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