Arretrati docenti e ATA, quando arriveranno? Flc Cgil attacca: “Ipotesi firmata ad aprile, ma testo ancora fermo ai controlli. E i lavoratori aspettano…”

A che serve stringere un accordo se poi la mano che timbra i visti si muove con il contagocce? La domanda riecheggia nei corridoi dell’Aran, dove la Flc Cgil ha scelto di porla senza giri di parole durante l’ultimo incontro di trattativa.
Nel mirino finisce l’ennesimo inghippo burocratico: l’ipotesi del CCNL Istruzione per il triennio 2025-27, firmata da tutte le sigle sindacali presenti al tavolo il primo aprile di quest’anno, giace ancora negli uffici di chi deve concedere il nullaosta. Tre ministeri – Economia, Funzione Pubblica, Corte dei Conti – trattengono il respiro. E i dipendenti della scuola, nel frattempo, trattengono lo stipendio vecchio.
Non è una novità, e forse è proprio questo il dato più amaro. Il meccanismo si ripete immutabile: l’entusiasmo della sottoscrizione, poi settimane – talvolta mesi – di silenzio. Un silenzio che si spera operoso, ma che troppo spesso nasconde solo ingranaggi arrugginiti. Il caso più clamoroso riguarda le aziende ospedaliere universitarie: l’iter di controllo durò oltre cinquecento giorni, per concludersi in un vicolo cieco. Cinquecento giorni. Un’enormità, persino per gli standard della macchina amministrativa.
La fretta di aprile, i calcoli di maggio
Perché tanta urgenza, il primo aprile, nel mettere nero su bianco l’intesa? La spiegazione è semplice e amara al tempo stesso. Si voleva agganciare allo stipendio le risorse disponibili per tamponare un’ingiustizia precedente: il contratto 2022-24 aveva concesso aumenti appena del 6%, mentre l’inflazione reale galoppava intorno al 18%.
Un buco nei portafogli che la Flc Cgil – che quel contratto non lo aveva firmato – ha scelto di riparare stavolta, approvando la bozza del primo aprile perché gli aumenti promessi corrispondono finalmente all’inflazione prevista per il triennio. Ma la lentezza dei controlli governativi rischia di trasformare la riparazione in una beffa. Il paragone non è gentile, ma calzante: le lumache viaggiano più spedite.
Estate, la data da cerchiare sull’agenda
Nei giorni scorsi, Francesco Sciandrone, sindacalista della Uil Scuola, intervenuto al programma Question Time aveva fatto chiarezza. L’obiettivo, ha spiegato, è chiudere entro giugno e, secondo quanto raccolto dalla nostra redazione, dovrebbe essere l’obiettivo governativo.
Non per una questione di calendario, ma per due ragioni concrete: mettere i soldi in tasca ai lavoratori al più presto, e consentire a chi va in pensione dal primo settembre di vedersi ricalcolare l’assegno già sullo stipendio aggiornato. Se la firma definitiva slitta oltre l’estate, il primo calcolo pensionistico verrà effettuato sulle voci vecchie, lasciando all’Inps il compito di rincorrersi con i conguagli. Insomma: o si sbrigano, o i futuri pensionati inizieranno a prendere meno di quanto spetterebbe loro, salvo poi recuperare chissà quando.
L’effetto sulla busta paga e sul futuro
Sciandrone ha spiegato un meccanismo che pochi conoscono: il rinnovo incide sulla pensione per l’intero triennio 2025-27, ma sulla liquidazione (Tfs o Tfr) soltanto per l’anno di uscita. Un dettaglio non da poco per chi ha già in mano la domanda di cessazione dal servizio.
Veniamo ai numeri, che sono sempre la parte più concreta. Gli arretrati lordi complessivi – sommando tutto il 2025 e i primi sei mesi del 2026, nell’ipotesi di firma entro giugno – variano a seconda del profilo e dell’anzianità. Un docente della secondaria di secondo grado nelle fasce più alte arriva a circa 1.168 euro lordi. Un insegnante di infanzia o primaria si aggira tra 694 e 991 euro. Per il personale Ata: i collaboratori scolastici oscillano tra 540 e quasi 700 euro; gli assistenti tecnici e amministrativi superano gli 800; i Dsga (i funzionari con elevata qualificazione) toccano quota 1.200.
Tutte cifre lorde, avverte Sciandrone. Il netto è un’altra storia: dipende dalle trattenute previdenziali e dall’Irpef, variabili che ogni lavoratore conosce bene.
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