Cultura

Cannes 2026 – Nagi Notes, la recensione: il cinema del silenzio che dimentica di parlare

Volendo partire da ciò che è visibile, possiamo sicuramente dire che c’è una certa continuità tematica e stilistica nel cinema del regista giapponese Koji Fukada. Innamorato del cinema di Éric Rohmer, quello di Fukada è un cinema prevalentemente di riprese fisse, interessato più ai momenti di dialogo che all’incedere deciso dell’intreccio, ossessionato dall’asfissiante dramma da interni di personaggi che non riescono a esprimere la propria emotività — una castrazione sentimentale che parla di una crisi identitaria —, afflitti da perdite e gravi assenze. Come in Love Life, anche in Nagi Notes Fukada si conferma però attratto dallo stesso pericoloso limite: quello di chi costruisce tra il film e i suoi spettatori un invalicabile muro di incomunicabilità.

Scultura, lutto e distanza: il peso di ciò che manca


Nagi Notes è un film interamente costruito per assenze e su distanze, deciso a trovare il suo interesse nell’evocare ciò che visibile invece non è. La prima e più evidente distanza è quella geografica: la Nagi del titolo è infatti un’isolata cittadina di campagna dove, valigia alla mano, vediamo arrivare — con evidenti abiti cittadini — la protagonista Yuri (Shizuka Ishibashi), un’architetta aliena a quel paesaggio, che si trova lì per fare da modella all’ex cognata e scultrice Yoriko (Takako Matsu), la quale invece si mantiene allevando bestiame. Ad accompagnare la permanenza di Yuri e il suo progressivo riavvicinamento con un luogo del passato ci sono anche due giovani adolescenti vicini di casa e un timido annunciatore della radio locale — afflitti da altri fantasmi —, a conferma dell’interesse di Fukada per conformazioni familiari non convenzionali e della sua volontà di raccontare gli abissi emotivi che spesso separano chi condivide lo stesso tetto.

Fukada usa suoni e oggetti nel tentativo di dare una fisicità e una presenza all’angosciante scorrere del tempo — materializzato in calendari a strappo che ci dicono che giorno è — e soprattutto di dare sostanza al peso di altre drammatiche assenze: quelle dei lutti, degli abbandoni, della negazione dei propri intimi desideri e della propria espressione sessuale. Accompagnate dagli annunci della radio locale e dalle lontane detonazioni della base militare ai margini del paese, Yuri e Yoriko sembrano aggrapparsi alla quotidianità delle loro sedute scultoree per cercare di dare una forma concreta — fatta di argilla e poi di legno — alla loro interiorità, mentre Fukada affida ciecamente al feticcio scultoreo di Yuri (e all’idea di creazione artistica) l’enorme responsabilità di farsi metafora di un processo di accettazione collettiva che invece ha contorni sfumati ed erranti.

Il film che parla di tutto senza dire niente


Occupato a evocare un po’ di tutto, alla fine Nagi Notes non arriva mai a parlare davvero di niente. Oltre ad circondarli di oggetti e ad affogarli in fiumi di parole, Fukada si dimentica infatti di raccontare i suoi personaggi per immagini — ovvero di fare lui stesso con la macchina da presa quello che Yoriko fa con la scultura — e di attuare un cambio di prospettiva rispetto a ciò da cui era partito. E così la già annunciata difficoltà di un dramma tutto incentrato su ciò che è invisibile fatica parecchio a mantenere l’interesse di chi guarda, ormai troppo distante e disincantato per curarsi di una supposta risoluzione emotiva che arriva, ancora, solo a parole.


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