“Inevitabilmente l’arte è specchio della società”: Umberto Maria Giardini ci racconta il suo nuovo album

Umberto Maria Giardini, dopo aver realizzato materiale con il moniker di Moltheni per anni, ha deciso di pubblicare la sua musica utilizzando il suo nome e, alla fine dello scorso anno, via La Tempesta Dischi, è arrivato anche il suo ottimo sesto LP, “Olimpo Diverso“.
Il mese scorso abbiamo visto il musicista marchigiano al Wishlist di Roma in uno dei suoi concerti del tour a supporto della sua fatica più recente e nel frattempo abbiamo anche approfittato per scambiare due chiacchiere con lui via e-mail. Ecco cosa ci ha raccontato:
Quanto risente il tuo ultimo disco della realtà attuale della società italiana e quanto senti che ci sia di profondamente introspettivo?
Inevitabilmente l’arte è specchio della società, così come tante altre manifestazioni umane che vengono create da noi. Pertanto all’interno dei miei testi c’è moltissimo, ma anche poco. Io, chi mi conosce lo sa, sono una persona che ama la solitudine o perlomeno non la soffre più di tanto; silenziosamente guardo, giudico e mi faccio una mia personale idea dei significati della vita e degli eventi che la mutano: è questo il motivo per cui quando scrivo “traduco” nel mio linguaggio e successivamente trascrivo adattando le mie parole alla musica. Quello che accade là fuori, condiziona anche me, ma è la traduzione della realtà che mi permette di scrivere, non quella necessariamente oggettiva. Di introspettivo c’è molto, ma anche questo elemento va giudicato in una strettissima connessione con il mio modo di essere e di scrivere. Tutto mi interessa, poco mi interessa.
UMG, rispetto al progetto Moltheni, possiede un sound in certi casi più robusto e meno folk cantautorale. Scelta consapevole o involontaria?
Non lo so. Moltheni era una cosa che non esiste più, io sono io e sono qui. Le differenze sono marcatissime, ma solamente chi mastica musica in maniera reale e perpetua può comprendere questi dettagli. Che poi a dir la verità, dettagli non sono. Le mie produzioni sono state molto varie, soprattutto nella mia carriera di UMG, ma sono frutto di mutamenti personali intercettabili anche attraverso i cambiamenti della vita personale e non. L’essere umano risente di tutto questo, ma anche il suono e inevitabilmente la scrittura.
La tua ricerca, a livello di testi, si muove spesso sul filo tra il grottesco e la malinconia, verso un modo quasi surreale ed enigmatico di “descrivere” stati d’animo. Assieme alla musica, mi sembra che tu voglia inseguire schegge di attimi strappati al tempo più che flussi lineari e continui. Che valore ha il tempo per UMG?
Il tempo e la sua inesorabilità ha un valore enorme nella mia scrittura. La disillusione e l’oggettivo sguardo a cosa siamo diventati, è da sempre la cosa che più mi affascina, è questo il motivo per cui la canto. La mia ricerca si è sempre spostata assieme all’onda dell’umanità indotta, perlopiù dagli eventi; il fallimento che da sempre accompagna la fisionomia degli esseri umani, mi cattura e mi consente di esprimermi al meglio. L’osservazione puntualmente mi dà consigli. Io non faccio altro che trascriverli, ed è questo il valore aggiunto dei miei testi: raccontare la verità.
Come rimoduli i pezzi per i nuovi brani dal vivo? Che scelte ci sono negli arrangiamenti?
È un operazione che avviene in sala prove con molte moltissime ore di lavoro. Spesso capita che molti brani vengano esclusi dalle scalette dei tour e delle performance live, proprio per il fatto che non rendono. Gli arrangiamenti che vengono inventati e poi di fatto suonati nelle fasi di registrazione, occasionalmente vengono rivisti, perché dal vivo, ragionevolmente parlando, non si hanno tutte quelle possibilità che lo studio mette e a disposizione. E’ un lavoro certosino ma anche molto intuitivo.
L’attenzione per certa scena proveniente dagli anni Novanta, oggi è forse ai minimi termini, per altro ingiustamente, a volte in maniera inversamente proporzionale alla bontà della proposta musicale. Tu che sei uno dei nomi eccellenti del cantautorato a cavallo tra Anni Novanta e Duemila, che ne pensi?
Non penso nulla. I cambiamenti culturali sono ciclici, le cose durano all’interno del loro tempo. Quando gli anni passano è giusto che quello che è stato sia un ricordo non applicabile al nuovo tempo. Vivere di ricordi è fondamentale, ma avere uno sguardo rivolto al futuro, se pur questo sempre meno affascinante, è doveroso. Ognuno di noi è figlio del suo tempo, la musica e l’arte in primis, ma questo non significa che sia meglio o peggio. La musica nella fattispecie, oggi fa cagare perché il mondo fa cagare, ogni cosa è condizionata da un’altra cosa, ed è tutto in perfetto equilibrio se pur decisamente decadente. Quando ci estingueremo, sarà tutto in perfetta simbiosi con il momento in cui accadrà; quello che accade ogni giorno, è frutto del susseguirsi degli eventi nella sua naturale direzione, anche se visibilmente deviata.
Come mai non fai più interviste dal vivo?
Perché sono una cosa sciocca che non ha alcun valore.
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