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Re Mida senza più il tocco magico. Anche in Italia

Cambiano i tempi. Neppure tanti anni fa l’influenza dei leader delle medie potenze, quelle che affollano la Ue, si misurava sulla vicinanza ai capi delle grandi, in special modo Stati Uniti e Mosca: un abbraccio più caloroso, un incontro più lungo e una battuta di spirito divertita con pacca sulle spalle da parte dell’Inquilino della Casa Bianca o dello Zar, aumentavano l’appeal internazionale di un capo di governo europeo. Ora siamo agli antipodi. Putin è emarginato, per i leader democratici è diventato un lebbroso: l’aggressione all’Ucraina ormai da quattro anni lo ha condannato alla condizione di reietto. Adesso sia pure in maniera diversa, sia pure con maggior cautela visto il ruolo degli Usa in Occidente l’immagine del «tossico» sul piano dei consensi, il personaggio da tenere a distanza nella mente dei leader europei sta diventando pure Trump: nelle parole di Macron, Mertz e Starmer c’è sempre una riserva.

In Italia sono lontani i tempi in cui Conte accettava di buon grado di sentire il suo nome storpiato in «Giuseppi»: ora Donald per lui è diventato il male assoluto. Stessa metamorfosi sta subendo lentamente Giorgia Meloni: il ruolo di pontiere che la premier si era costruita con tenacia è un pallido ricordo. Il ponte è crollato rovinosamente con Trump che ricorda all’indomani della missione pacificatrice di Rubio a Roma che «l’Italia quando doveva esserci non c’era» e tiene sul tavolo la minaccia del ritiro dei soldati americani dal Belpaese. E la Meloni? Non fa nulla per dissimulare la freddezza che in questo momento contraddistingue i rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Anzi.

La premier italiana ci tiene a rimarcare che il legame personale non è più quello di un tempo: le veline diplomatiche che ieri hanno dato il segno dell’atmosfera dell’incontro tra la premier e il segretario di Stato Rubio hanno usato l’espressione «franco» rimarcando la differenza che ricorre tra questo termine e chessò il consueto confronto «costruttivo». Una precisazione che nel linguaggio dei segni delle feluche è un modo per rendere pubblico il concetto che la distanza tra i due paesi permane. Il contrario delle liturgie che venivano usate un tempo quando le incomprensioni tra alleati della Nato venivano nascoste sotto un manto di ipocrisia.

Oggi non conviene. Non agli Usa che si affidano ad una postura hard in politica estera anche con gli alleati europei. Ma neppure alla Meloni che tenendo sotto controllo gli indici di gradimento si è accorta che The Donald è sempre meno amato pure da noi. È diventato un Re Mida alla rovescia. Il paradosso è che la svolta si è manifestata prima nell’opinione pubblica: il governo è andato a rimorchio, impossibilitato a far altro. È naturale. Gli italiani guardano le cose per quelle che sono, sono refrattari alle ideologie, si chiamino sovranismo, M.A.G.A. o quant’altro; si fanno innanzitutto i conti in

tasca. Le conseguenze dei dazi e della crisi energetica determinata dalla guerra con l’Iran bastano e avanzano per far tramontare la stella di Trump. Una parabola che la premier comprende lentamente. E anche ora – il desiderio di una visita a Trump quest’estate lo dimostra – l’atteggiamento è di chi sta alla finestra. Anche perché è infastidita su quel versante dalla concorrenza di Salvini, l’unico che invece esalta i suoi rapporti con Trump, ricambiato. Il leader della Lega è attratto dal fascino del bastian contrario. Non solo Trump ma anche Putin resta nel suo Pantheon sia pure con un altare seminascosto. Il problema è che certi riferimenti non vanno spesso d’accordo con l’interesse nazionale.

I due paesi che più hanno guadagnato dalla guerra con l’Iran sono stati la Russia dello Zar (per la riduzione delle sanzioni sul petrolio +5,2 miliardi di dollari dall’inizio della guerra) e gli Usa di The Donald (+4,5 miliardi grazie per lo shale gas in sostituzione delle forniture arabe).

Dati che se possono sedurre i seguaci di «American first» o i sostenitori di Putin non piacciono certo agli italiani: i sovranismi non possono andare d’accordo tra loro, è una contraddizione in termini, perché hanno come bussola gli egoismi nazionali che sono cosa diversa dagli interessi nazionali.


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