Basilicata

Grandi ascolti per “La buona stella”: Francesco Arca racconta il suo personaggio e i ciak calabresi

Grandi ascolti per “La buona stella”, la serie andata in onda in prima serata su Rai1: Francesco Arca racconta il suo personaggio e i ciak calabresi. Nella nostra intervista, confessa: «Porto nel cuore le serate a Crotone, dopo le giornate di set».


C’è un dolore che non fa rumore, che si sedimenta nei giorni e nelle abitudini, fino a diventare identità. È da qui che parte “La Buona Stella”, la serie diretta da Luca Brignone, andata in onda su Rai 1 e coprodotta da Rai Fiction e Paypermoon Italia, con il sostegno della Calabria Film Commission e il patrocinio della Città di Fiumicino, dell’Ente Parco Nazionale della Sila, della Provincia di Cosenza, della Provincia di Crotone, del Comune di Crotone, del Comune di Botricello e del Comune di Cutro. Un viaggio sospeso tra i paesaggi metropolitani di Roma e quelli più selvaggi e incontaminati della Calabria.

In tre intensi episodi, che hanno registrato 8.245.000 ascolti, la fiction fa emergere le crepe, le paure, le resistenze che abitano i legami familiari contemporanei, ma anche la loro forza silenziosa. La sceneggiatura non cerca scorciatoie né offre soluzioni rassicuranti. Piuttosto accompagna verso una consapevolezza più scomoda e insieme necessaria: per ricominciare a vivere non basta dimenticare, bisogna avere il coraggio di restare. Anche quando fa male.

Valerio, interpretato da Francesco Arca, vive in una prigione invisibile. Non è solo la perdita del fratello a trattenerlo, ma la ferita quotidiana di un padre malato di Alzheimer che non lo riconosce più, che continua a chiamarlo con il nome di chi non c’è. È un dolore che si rinnova ogni giorno, che non concede tregua. E così Valerio resta immobile, incapace di elaborare la propria sofferenza, riversandola sugli altri, su quella vita che sembra ormai irraggiungibile.

Poi, arriva Stella. Imperfetta, ribelle, distante anni luce dalla sua chiusura. È lo scontro tra due mondi, ma anche l’unica possibilità di scardinare un equilibrio costruito sulla rinuncia. In quell’incontro, la serie trova la sua più profonda essenza: la fragilità come punto di partenza, non come limite. Accanto a Francesco Arca, Miriam Dalmazio, Filippo Scicchitano, Laura Cravedi, Claudio Corinaldesi, Massimo De Santis e Alessio Praticò e numerosi attori calabresi (Alessio Praticò, Pino Torcasio, Raffaella Reda, Stefania Mangia, Stefania De Cola, Luigi Cantoro, Claudio Carrubba, Matteo Antonio Ferrara) per un racconto che rifiuta la retorica e sceglie la verità delle relazioni. Per entrare nel cuore della serie e nei suoi snodi emotivi, abbiamo intervistato Francesco Arca.

Valerio vive schiacciato dal dolore. Il lutto non elaborato diventa rabbia e distanza. Quanto è stato difficile dar voce a questa forma di difesa?

«Sono una persona molto empatica. Mi sono trovato davanti a un personaggio diametralmente opposto a me. In apparenza, Valerio è un uomo ego-riferito. Ha dedicato tutta la sua vita al lavoro. Non ha una famiglia, se non il padre, e non ha una donna accanto. È un personaggio che sorride poco, perché è stato graffiato dalla vita. Quando le sue certezze iniziano a crollare – vale a dire il lavoro, il suo unico punto fermo – allora, emerge chi è davvero. Ed è lì che si apre una crisi profonda, ma anche la possibilità di ricostruirsi. Nel corso della serie, vediamo un’evoluzione: si rimette in gioco, soprattutto nel rapporto con Stella. Si percepisce il cambiamento. Quando finalmente arriva quel sorriso, il segnale deve essere chiaro: qualcosa si è mosso dentro di lui».

Valerio cambia davvero oppure decide di togliersi una corazza?

«La serie affronta il tema delle ferite e delle seconde possibilità. Per Valerio questa possibilità passa attraverso l’apertura nei confronti di Stella. Penso che alla fine capisca che la persona che ha accanto può farlo crescere, cambiare, può regalargli la seconda possibilità che tutti i personaggi di questa serie cercano. Forse, come dici tu, è la caduta graduale di una maschera. Nella vita, quando togli le corazze che ti sei costruito, stai comunque affrontando un cambiamento. Si crea quasi una seconda pelle».

Francesco Arca, qual è stata la prima emozione che ha sentito davvero sua?

«Nelle scene con suo padre emerge una dolcezza incredibile. Il padre lo chiama con il nome del fratello morto, e lui non lo contraddice mai, pur essendo una cosa dolorosa. In questo c’è una forma di generosità enorme».

Come si costruisce un dolore così silenzioso e come si racconta un amore così devastato senza renderlo retorico?

«Credo che tutto nasca dalla sensibilità del regista: è lui che sa decifrare le emozioni e trasformarle in un linguaggio, dando forma a un personaggio o a una storia d’amore. Noi attori offriamo il nostro contributo, certo, ma alla fine è sempre il regista ad avere l’ultima parola: è lui che, come un artigiano, rifinisce e modella ogni dettaglio del personaggio».

Francesco Arca, partendo dal rapporto padre-figlio della serie, come riesce a conciliare la sua vita privata e familiare con le esigenze e i ritmi della sua attività di attore?

«Nel mio caso, avere accanto mia moglie che mi permette di vivere il lavoro con serenità è fondamentale. È il punto di partenza di tutto. Se riesco a lavorare con questa libertà, gran parte del merito è suo: si fa carico di molti aspetti della vita familiare, sostenendo anche il peso dell’organizzazione quotidiana.

Leggendo interviste di altri attori – e non è una critica, ma una riflessione – raramente vedo riconosciuto questo tipo di supporto. Non so se sia perché manca o perché non ci si sofferma abbastanza a pensarci, ma è qualcosa di enorme valore. Perché la verità è che, se accanto avessi qualcuno che ostacolasse questo equilibrio, fare il mio lavoro diventerebbe molto più complicato. Per questo credo che non si dia mai abbastanza merito alle persone che abbiamo accanto: sono loro che ci permettono di avere la tranquillità, la leggerezza e la forza necessarie per immergerci davvero in un personaggio».

Nella sua vita, c’è stata una “seconda occasione” che l’ha cambiata davvero?

«No, non direi. Non ho mai avuto davvero una seconda possibilità perché, probabilmente, non ho mai rovinato la prima. Sono una persona molto ligia al dovere, sia in ambito familiare che lavorativo, anche se posso essere piuttosto leggero e “scansonato” in tante altre cose. Però, sul piano delle responsabilità, non mi sono mai messo nella condizione di dover ricominciare da zero».

Francesco Arca, aveva mai girato a Crotone?

«Avevo già girato in Calabria, ma non ero mai stato nella zona di Crotone, e me ne sono completamente innamorato. È una parte bellissima della regione, con una storia incredibile, che mi ha lasciato davvero tanto. Mi sono trovato bene, soprattutto per le persone che ho incontrato, molto interessanti sia dal punto di vista culturale che umano. Nelle chiacchiere quotidiane mi ha colpito un aspetto quasi trascendentale che rimanda alla Magna Grecia e che, secondo me, continua a vivere nelle persone e nella loro identità».

Se dovesse associare alla Calabria una sensazione che si è portato via da questa esperienza quale sarebbe?

«Autenticità».

Francesco Arca, sul set ha ritrovato alcuni attori con cui aveva già lavorato: quanto questa sintonia ha reso più naturale il lavoro di squadra?

«Quando ti ritrovi a lavorare con persone che già conosci, e a cui sei anche affezionato, come Filippo Scicchitano e Miriam Dalmazio, tutto diventa più naturale. Non solo sono attori eccellenti, ma sono persone di una gentilezza e di una disponibilità davvero rare».

Erano presenti anche maestranze locali: quanto è stato importante questo mix tra troupe romana e calabrese?

«Secondo me è una scelta molto giusta. Credo sia fondamentale coinvolgere le persone del luogo, perché conoscono il territorio meglio di chiunque altro».

Curiosità fuori dal set?

«Le cose che mi sono rimaste più nel cuore sono state le serate a Crotone, dopo le giornate di set. Le cene tutti insieme sotto la luna calabrese sono ricordi bellissimi».

La serie ha ottenuto ottimi ascolti. Cosa l’ha colpita della risposta del pubblico?

«Tutti ci davano un po’ per spacciati per via di una programmazione che andava completamente contro di noi. Invece siamo riusciti a vincere due serate su tre, e questo è il segnale di una serie che è rimasta costante. Sono molto felice che il pubblico abbia riconosciuto la qualità del progetto: una serie fatta bene, girata in luoghi incredibili. Ma soprattutto una serie che parla di seconde possibilità che, in fondo, tutti vorrebbero avere nella vita».

Prossimo film?

«A breve partirò per la Spagna, dove sarò impegnato per un mese nelle riprese di una serie Netflix destinata a un pubblico internazionale. Per il momento, però, non posso svelare altri dettagli».


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