Pensioni: c’è poca speranza, il 63% dei giovani non ci conta. Lo studio

di M.T.
L’allungamento della vita e la difficoltà a pianificare il futuro previdenziale stanno diventando una delle principali fragilità sociali. È il quadro che emerge dall’osservatorio «Look to the future» di Athora Italia con Nomisma, riportato dal Sole 24 Ore: quasi un over 55 su tre con una forma pensionistica integrativa si pente di aver iniziato troppo tardi, mentre tra i giovani prevalgono incertezza e scarsa attivazione, nonostante il 63% non conti sulla pensione pubblica. A preoccupare è anche il tema della non autosufficienza, indicato come prioritario dal 73% degli italiani, insieme al rischio di esaurire le risorse economiche in età avanzata.
Questo scenario nazionale assume contorni ancora più netti in Umbria, dove la struttura demografica e previdenziale accentua le criticità evidenziate dallo studio.
Il primo dato è quello dell’invecchiamento. Secondo le rilevazioni Istat più recenti, l’Umbria è tra le regioni più anziane d’Italia, con un indice di vecchiaia superiore a 220 anziani ogni 100 giovani, ben oltre la media nazionale. Gli over 65 rappresentano circa il 26% della popolazione, mentre gli under 15 sono poco più del 12%. Questo squilibrio si riflette direttamente sul sistema previdenziale: meno lavoratori attivi e più pensionati, con un rapporto che tende progressivamente a ridursi.
Sul fronte delle pensioni, i dati Inps aggiornati indicano in Umbria circa 270 mila pensionati, a fronte di poco più di 360 mila occupati. Il rapporto tra lavoratori e pensionati è quindi vicino a 1,3, inferiore alla media nazionale, segnale di un sistema più esposto alla pressione demografica. L’importo medio delle pensioni si colloca intorno ai 1.200-1.300 euro lordi mensili, ma con una forte variabilità: una quota rilevante di assegni resta sotto i 1.000 euro.
Un elemento chiave, in prospettiva futura, riguarda il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione. Con il sistema contributivo, questo valore è destinato a ridursi sensibilmente, soprattutto per le generazioni più giovani e per chi ha carriere discontinue. Le stime indicano che nei prossimi decenni il tasso di sostituzione potrà scendere anche sotto il 60%, con livelli ancora più bassi per lavoratori precari o con redditi medio-bassi, una condizione diffusa anche in Umbria.
A questo si aggiunge il tema della previdenza complementare, centrale nello studio citato dal Sole 24 Ore. In Umbria l’adesione ai fondi pensione resta limitata: secondo i dati Covip più recenti, poco più del 30% dei lavoratori risulta iscritto a una forma integrativa, in linea con la media nazionale ma lontano dai livelli necessari per compensare il calo delle pensioni pubbliche. Tra i giovani la partecipazione è ancora più bassa, nonostante siano i soggetti più esposti al rischio di assegni futuri insufficienti.
Il nodo si intreccia con quello dei redditi. In Umbria le retribuzioni medie sono inferiori alla media italiana e la presenza di lavoro discontinuo o a bassa intensità contributiva è significativa. Questo significa versamenti più bassi e quindi pensioni future più contenute. Una condizione che richiama direttamente uno dei punti evidenziati dall’osservatorio Athora-Nomisma: gli italiani tendono a sottostimare il fabbisogno economico della vecchiaia e a versare importi insufficienti rispetto agli obiettivi di reddito.
Il tema della non autosufficienza, indicato come prioritario dal 73% degli italiani, assume in Umbria un peso ancora maggiore. L’elevata incidenza di popolazione anziana comporta una crescita della domanda di assistenza a lungo termine, con costi che ricadono in larga parte sulle famiglie. In assenza di una pianificazione previdenziale adeguata, il rischio è quello evidenziato dal Sole 24 Ore: arrivare alla vecchiaia con risorse insufficienti e dover contare su reti familiari già sotto pressione.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda la scarsa educazione finanziaria. Anche in Umbria, come nel resto del Paese, la conoscenza degli strumenti previdenziali resta limitata e le scelte si basano spesso su informazioni informali. Questo contribuisce a ritardare l’ingresso nella previdenza complementare, alimentando quel “pentimento tardivo” che emerge con forza nello studio.
Nel complesso, lo spaccato umbro conferma e in parte accentua le tendenze nazionali descritte dal Sole 24 Ore. L’invecchiamento della popolazione, la riduzione del tasso di sostituzione, i livelli di reddito più contenuti e la diffusione ancora limitata della previdenza integrativa delineano un quadro in cui il rischio di vulnerabilità economica nella vecchiaia è concreto. In questo contesto, il fattore tempo diventa decisivo: ritardare le scelte previdenziali, come evidenzia l’indagine, significa esporsi a conseguenze difficilmente recuperabili negli anni successivi.
The post Pensioni: c’è poca speranza, il 63% dei giovani non ci conta. Lo studio appeared first on Umbria 24.
Source link

