Leah Blevins – All Dressed Up
Sono solo canzonette titolava ironicamente Bennato quel primo aprile di un altro mondo fa. Di fatto non lo erano ed è ciò che penso ogni volta che mi appresto a godermi un guilty pleasure come la musica country, contemporanea e passata. Il Nashville Sound torna a suonare, un po’ per la registrazione di questo album “All Dressup Up” di Leah Blevins ed un po’ perché negli USA è un genere che non tramonta mai; in alcuni casi prende strade troppo pop, in altri invece sa distinguersi e conservarsi piuttosto bene.

Direttamente dalle montagne degli Appalachi, da Sandy Hook nel Kentucky dell’est, Leah Blevins presenta il suo secondo album e la scuderia della Easy Eye Sound, etichetta di Dan Aurebach con base a Nashville che ha prodotto l’album, continua a riempiersi di talenti che abbracciano le sonorità sixties e le affiancano al sentire contemporaneo in un viscerale legame musicale tra passato e presente. Dopo l’esordio del 2021 con “First Time Feeling”, a cui mancava una cornice che ne esaltasse il contenuto che era di per sé già valido ma deboluccio per incidere, Leah Blevins trova la giusta chimica nell’etichetta indipendente del Tennessee.
“All Dressed Up”, brano eponimo, apre l’album della svolta emotiva della trentenne americana – “a stamp of honesty” citandola – che aveva iniziato a suonare e cantare nel coro Gospel della sua cittadina di neanche mille abitanti, per poi cadere nell’addiction totale di sostanze e relazioni tossiche e situazioni familiari complicate che l’avevano allontanata dalla musica. “If you face what’s hard, you can grow stronger and truer” sintetizza il nostro ciò che non uccide, fortifica ed il ritorno alle origini è stata la salvezza di cui canta, i dialoghi con l’above, la spiritualità e la religione, i temi della paura e della conoscenza di sé, dell’amore, della perdita sono tutti elementi quotidiani della sua storia di vita, di cui imbeve i suoi testi.
“Be Careful Throwing Stones” si avvicina sì ad un synth-pop moderno, ma è arioso e sospeso, rendendolo un suono senza tempo; “Below The Belt” è l’esempio in cui la voce di Leah Blevins sembra galleggiare sulla musica, sollecitando le ballate soul e country-folk degli America, di Fred Neil – lui di “Everybody’s Talkin” – di Bobby Gentry – lei di “Ode To Billie Joe” – e Dusty Springfield – lei, inglese, di “Son of a Preacher Man”. “Hey God” è la redenzione in musica, mentre “Diggin’ In The Coal” è una cavalcata emozionale in cui la fortuna, il destino, la fede, trovano spazio perché si può trovare qualcosa di buono dove meno ci si aspetta – “I guess I found a diamond while I was digging in the coal” – scavando a fondo dentro di sé ed affidandosi anche agli altri.
Il padre di Leah Blevins, da dentista a politico, le ha fatto rinascere quel senso di comunità che aveva perso, in cui la musica unisce e permette alle persone di crescere e connettersi. “This world can drive you crazy, I can help you see the light” canta solenne in “Leave It Up To Me” che suona più elettrica, rivisita il bluegrass delle sue zone, inserendo una sezione ritmica crescente in cui si sente la mano di Dan Aurebach e la gentilezza di quel South da suonare front porch con la sedia a dondolo e le travi di legno sotto le suole. Stereotipi? No, l’immagine reale che disegna la musica di “Tequila Mockinbird” in cui l’uomo si identifica con la Natura e la sua vulnerabilità.
“Leave Your Baggage At The Door” è un po’ ruffiana, ma non stucchevole, perché l’album fino a qui ha definito una sua identità e quindi non perde di autorevolezza. “Centerfold” assorbe country e blues in uno storytelling moderno e abbraccia il pensiero di Leah Blevins che afferma: “The way you speak to yourself is more powerful than any outside voice”, ovvero conosciamoci bene dentro e lasciamo che sia poi la musica a fare tutto il resto.
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