Piemonte

Processo Spiotta, Azzolini in aula: “Sparai, ma ero inesperto”, ma i pm lo smentiscono

ALESSANDRIA – Di buon mattino l’aula del palazzo di giustizia di Alessandria è colma di nostalgici della lotta armata, con i capelli bianchi e gli sguardi di chi ha attraversato il secolo scorso convinto di poterlo abbattere a colpi di pistola. Sono lì per ascoltare Lauro Azzolini, il brigatista fuggito da Cascina Spiotta il 5 giugno 1975, quando sotto i colpi sparati all’impazzata e il lancio di bombe a mano persero la vita l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e Mara Cagol, una delle fondatrici delle Br, moglie di Renato Curcio.

Chi è Lauro Azzolini e perché è a processo

Cinquantuno anni dopo, Azzolini è imputato con Curcio e Mario Moretti per l’omicidio di D’Alfonso. Al centro dell’udienza c’è la solidità del “memoriale” della Spiotta. Azzolini un anno fa ha detto di essere l’autore dello scritto.

La linea difensiva: “Ero un neofita”

L’ex brigatista che dice di volere “onorare la verità“, ha impostato una linea difensiva ben precisa: quella dell’esordiente quasi per caso. L’imputato ha sostenuto di essere stato un neofita della lotta armata, entrato nelle Br solo nel 1975, descrivendo il sequestro Gancia come la sua “prima azione” operativa. Un tentativo di passare per un giovane inesperto che si era ritrovato in una situazione più grande di lui. “Volevo fare l’operaio, non l’imprenditore”, ha dichiarato, tracciando il suo passaggio dall’ideologia socialista alla clandestinità brigatista.

Il memoriale della Spiotta e i dubbi dell’accusa

Tuttavia, il racconto di Azzolini si scontra con la precisione clinica dei rilievi scientifici. Se l’imputato si descrive come un giovane inesperto, poco incline alle armi (“la 7,65 era un ferro da buttare”, “non ho fatto il militare”), il memoriale della Spiotta racconta un’altra storia.

Lo scontro in aula con il pm

Il pm Emilio Gatti ha incalzato Azzolini proprio su questo punto: come poteva un “neofita” descrivere con tale perizia tattica l’irruzione, l’uso delle bombe a mano Srcm e le dinamiche dello scontro? “Chi vuole fare la rivoluzione si informa”, è stata la replica laconica di Azzolini, che ha preferito mantenere il silenzio sulle identità celate dietro le sigle M, F e D presenti nel testo, citando il rispetto per i compagni ormai deceduti. L’unico nome che fa è quello di Attilio Casaletti, brigatista reggiano la cui posizione è stata a lungo al centro di dubbi investigativi, collocandolo nel nucleo presente alla cascina insieme a Cagol e Massimo Maraschi.

Alla contestazione su come fosse possibile non aver sentito l’arrivo dei carabinieri a pochi metri da finestre di legno, Azzolini ha risposto quasi con fatalismo: “Se ce ne fossimo accorti non sarebbe successo niente”, giustificando il fatto di non aver presidiato la finestra perché “impegnato in altre faccende”. Una giustificazione che il pm ha usato per evidenziare la contraddizione tra l’immagine di un gruppo organizzato e quella di una gestione che Azzolini definisce quasi superficiale.

Un punto cruciale della deposizione riguarda la gestione dell’ostaggio, Vittorio Vallarino Gancia, durante le fasi concitate della sparatoria. Azzolini ha ammesso in aula che nel tentativo di aprirsi un varco e salvarsi la vita, propose di farsi scudo con l’ostaggio. Fu Cagol a opporsi fermamente, dichiarando che l’operazione era fallita e che l’ostaggio non doveva essere preso come scudo.

Le prove scientifiche: impronte sul memoriale

La relazione tecnica del Ris di Parma, datata 3 marzo 2023, ha cristallizzato prove che appaiono inequivocabili. Le impronte digitali di Azzolini sono state isolate proprio sui fogli del memoriale e sui quaderni che descrivono i dettagli del sequestro Gancia. Il dito medio della mano destra e l’indice della sinistra hanno lasciato tracce indelebili, legando indissolubilmente l’imputato alla redazione o alla manipolazione di quel resoconto bellico.

La dinamica della morte di D’Alfonso resta il punto di massima tensione. “Tutti sparavano…il fucile che avevo si è inceppato, ho preso la pistola e ho sparato”. Azzolini descrive un caos improvviso, una fuga disperata in cui le armi venivano usate “quasi per gioco”, senza una reale preparazione allo scontro. Una versione che il pm contesta duramente, citando il ritrovamento dei bossoli all’interno del box dove si trovava il carabiniere, suggerendo un’azione molto più deliberata di una semplice sparatoria per aprirsi un varco.

La fuga e i silenzi sulle coperture

Infine, il capitolo sulla fuga. Azzolini si descrive come un uomo di 30 anni capace di dileguarsi tra i fiumi e i boschi fino ad Albenga, dove una base lo attendeva. Ma quando l’accusa incalza sull’identità di chi lo aspettava, la “verità” di Azzolini torna a farsi reticente: “Fatti miei”, risponde secco. Poi, un vago accenno a compagni venuti da Torino di cui afferma di “non ricordare neanche le facce”. Una chiusura che lascia aperto il mistero sulla rete di protezione che permise al “fantasma della Spiotta” di restare nell’ombra per mezzo secolo. “Mi sono trovato in un’epoca storica in cui la storia della formazione sociale e socialista era diversa, dove si potevano usare anche le armi”, conclude.

A sei ore dall’inizio, la fine dell’esame è questa. “Se vuoi continuare continua – dice Azzolini al pm – io sono stanco”. Il difensore, Davide Steccanella, chiede di interrompere l’esame. Gli avvocati di parte civile Nicola Brigida, Guido Salvini e Sergio Favretto non possono fare domande.

La richiesta di nuova perizia e la decisione della Corte

A fine udienza, gli avvocati di Curcio e Moretti – Vainer Burani e Francesco Romeo – chiedono una nuova perizia balistica sulla sparatoria della Spiotta tra brigatisti e carabinieri. La difesa contesta la perizia dell’epoca, definita “parziale, lacunosa e insufficiente” poiché non integrò i dati autoptici sui corpi di D’Alfonso e Cagol, i verbali di ispezione delle auto che erano in uso ai brigatisti e le carte di sopralluogo e sequestro eseguiti nell’area della cascina Spiotta. “Risulta peraltro che la Cagol – si legge – fu colpita da tre pallottole da arma da fuoco. Di queste tre pallottole il colpo mortale è risultato quello che è entrato nella regione mediale del cavo ascellare sinistro ed è fuoriuscito alla linea ascellare posteriore destra con andamento pressocché orizzontale rispetto al foro di entrata. Tale ferita ha leso organi interni del torace essenziali per la vita ed ha prodotto l’immediata morte del soggetto”.

Tramite tecnologie 3D e laser scanner, i difensori di Moretti e Curcio chiedono di ricostruire le quattro fasi del conflitto e le traiettorie dei colpi per chiarire le posizioni di carabinieri e brigatisti, determinando chi colpì mortalmente Mara Cagol. La Corte si ritira per decidere: richiesta respinta


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