dimenticati Bardot, Van Der Beek e Dane
C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui gli Oscar ricordano i morti. Il segmento In Memoriam, nato per rendere omaggio agli artisti scomparsi, è diventato negli anni una sorta di classifica implicita: chi merita il ricordo globale e chi invece scivola fuori campo, inghiottito da una memoria selettiva che spesso sembra seguire più la logica dello spettacolo che quella della storia del cinema. La polemica di quest’anno lo dimostra ancora una volta. Nel video tributo della cerimonia sono rimasti fuori nomi che, nel bene o nel male, fanno parte dell’immaginario collettivo: Brigitte Bardot, icona assoluta del cinema europeo; James Van Der Beek, volto simbolo di una generazione televisiva grazie alla serie Dawson’s Creek; ed Eric Dane, il celebre dottor Sloan della serie Grey’s Anatomy.
Eppure lo spazio per altri tributi si è trovato. La cerimonia ha scelto di dilatare doverosamente e giustamente il tempo dedicato a figure come Robert Redford (ricordato da una commovente Barbra Streisand), Rob Reiner e Diane Keaton, con momenti specifici e segmenti dedicati. Scelte legittime, certo: Redford è una colonna del cinema americano, regista premio Oscar per Ordinary People e fondatore del Sundance Film Festival.
Il paradosso è che l’Academy sembra ignorare proprio la dimensione più universale della memoria cinematografica. Brigitte Bardot non è solo un’attrice: è stata un fenomeno culturale planetario, un simbolo della rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta. Escluderla significa cancellare un pezzo di storia dell’immaginario europeo dal palcoscenico più potente del cinema mondiale. Non è neppure la prima volta che accade. Solo un anno fa l’assenza di Alain Delon aveva scatenato polemiche identiche. Anche allora l’Academy si era difesa parlando di limiti di tempo, come se la memoria fosse una questione di scaletta televisiva.
Nel frattempo lo spettacolo continua. Si parla già del possibile momento musicale di Barbra Streisand, che potrebbe cantare The Way We Were per ricordare Robert Redford, suo partner nel film The Way We Were. Un momento destinato a diventare virale, commovente, perfetto per la televisione. Ed è proprio qui che nasce il sospetto più scomodo: l’In Memoriam non è più solo un rito di ricordo, ma un segmento narrativo dello show. Alcuni nomi funzionano meglio di altri, creano storie più forti, portano più nostalgia, più audience.
Ma la memoria non dovrebbe funzionare così. Il cinema è una storia collettiva, fatta di icone planetarie e di figure meno celebrate ma comunque decisive per milioni di spettatori. Quando un tributo diventa selettivo fino a sembrare arbitrario, il rischio è che non racconti più la storia del cinema — ma soltanto quella che Hollywood decide di ricordare.
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