Cultura

Bill Callahan – My Days Of 58

Bill Callahan è un mito per la mia generazione. Lo amavo perdutamente quando si faceva chiamare Smog e le sue canzoni erano ruvide, romantiche, “sporche”. Album come “Julius Caesar” o “Red Apple Falls” sono indimenticabili. Abbondando il suo alias, è diventato più pulito, sicuramente più maturo ma, ai miei occhi, anche meno affascinante. La sua voce un po’ greve, un po’ roca e apparentemente distaccata lo fa somigliare a un Lou Reed più bucolico, in versione country-folk.

Credit: Bill McCullough

Questo suo ultimo album, “My Days of 58″, è quanto di più vicino al puro cantautorato Bill Callahan abbia mai prodotto. Si spazia dal country rock di “Lonely City” al folk in punta di corde di “Why Do Men Sing”. Ancora l’impronta country su “West Texas” e “Highway Born” per arrivare alla magnifica acustica “Empathy” e all’intrigante “Computer”.

In questo disco, Bill fa i conti con il tempo, i rapporti umani e la propria posizione nel mondo a 58 anni.
L’approccio è prevalentemente acustico, dall’atmosfera confidenziale. Qui e là assesta ancora qualche zampata lo-fi anche se la sua musica oggi abbraccia molto di più la tradizione dei grandi cantautori, in mezzo ai quali lui non sfigura di certo. La grande dote di Bill Callahan è quella di trasmettere empatia, intimità, calma, senza mai annoiare.
Come ogni suo lavoro, “My Days of 58″ richiede tempo e attenzione. È una lenta e profonda conversazione.

Folk, rock, jazz e country scivolano dalla sua voce alla sua chitarra come una lunga confessione musicale.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »