Trentino Alto Adige/Suedtirol

Gli austriaci: «Avevamo molto ghiaccio, ma nessuno ci ha chiesto niente» – Cronaca



BOLZANO. L’equipe di Napoli era così in difficoltà con la lingua da non essere in grado di chiedere ghiaccio al team di Innsbruck – che ne aveva in abbondanza – e così disorganizzata da pensare di trasportare un cuore in ambulanza da Bolzano all’aeroporto di Verona. Sono stati i medici del San Maurizio a consigliare ed a fornire l’elicottero. Dimostrazioni di impreparazione e leggerezza, emerse dalle testimonianze, raccolte dai Nas di Trento, sul team dell’ospedale Monaldi che il 23 dicembre ha effettuato l’espianto al San Maurizio e “bruciato” il cuore col ghiaccio sbagliato.

Ghiaccio secco versato nel contenitore da un oss (operatore socio sanitario) di Bolzano ma col via libera della dottoressa di Napoli: «Versi pure, non c’è problema». Infinita la superficialità che ha portato al fallimento del trapianto e alla morte del piccolo Domenico.

Le due equipe

L’equipe di Innsbruck – che ha salvato la situazione, presente al San Maurizio per espiantare reni e fegato dal bimbo altoatesino – era composta da tre persone. Due cardiochirurghi Stefan Scheidl e Veronika Kröpfl più Simon Kirchmair, il perfusionista che si deve occupare di mantenere in vita i vari organi. Il team del Monaldi, addetto all’espianto di cuore, era composto da due cardiochirurghi: Gabriella Farina e Vincenzo Pagano.

Gli austriaci: «Avevamo ghiaccio in abbondanza»

I medici napoletani si sono presentati con un box da picnic inadeguato, senza termostato ed un’insufficiente quantità di ghiaccio. Gli austriaci erano super attrezzati con box di ultima generazione ed avevano ghiaccio in abbondanza, ma nessuno – dice il verbale – gliel’ha chiesto.

Probabilmente per problemi di lingua. «Avevamo un’ampia disponibilità di ghiaccio tradizionale per il trasporto di organi ma nessuno ce l’ha chiesto». La squadra austriaca si era portata da Innsbruck sia quello sterile che quello aggiuntivo, non sterile triturato, che serve poi per il confezionamento in vista del trasporto dell’organo. I napoletani erano invece a secco. L’oss è andato così a prendere il ghiaccio in officina e l’ha portato in sala.

«Vorrei capire – dice il legale della famiglia Francesco Petruzzi – come mai la dottoressa abbia dato l’ok – quando il video del contenitore dal quale è stato prelevato il ghiaccio a -78 gradi – mostra la scritta “ghiaccio secco”». Si legge anche “agente refrigerante, asfissiante” e ancora “il prodotto può causare severe ustioni da freddo”. «Come poteva pensare che andasse bene?». Intanto il responsabile dell’officina del San Maurizio, spostato ad altro servizio, avrebbe detto che era già stato concordato.

Criticità all’espianto

I chirurghi austriaci dicono che «all’inizio della fase di perfusione l’atmosfera al San Maurizio era tesa perché l’incisione di scarico della vena cava inferiore era troppo piccola e si era verificata una congestione del fegato e anche del cuore». «Abbiamo invitato tre volte in inglese la chirurga del “Monaldi” addetta all’espianto ed il suo assistente ad ampliare l’incisione». Anche il secondo chirurgo austriaco ha invitato più volte i due chirurghi napoletani ad ampliare il taglio.

«Alla fine siamo intervenuti noi». Il team austriaco ha dovuto aprire la vena cava inferiore per salvare gli organi. «Noi – dicono gli austriaci – non abbiamo guardato il cuore eravamo scioccati da quanto rapidamente il fegato si stesse gonfiando. Ci chiedevamo solo perché la cardiochirurga non avesse ampliato l’incisione».

Lesioni al ventricolo sinistro del cuore: l’anomalia

Dai verbali emerge “un’unica anomalia”. «Il medico austriaco nega di aver detto che gli sembrava di aver visto un taglio sul ventricolo sinistro, come invece racconta la dottoressa del San Maurizio, elemento di perplessità sia perché la dottoressa è di madrelingua tedesca quindi difficilmente potrebbe aver frainteso, sia perché l’indicazione riferita è piuttosto precisa è perché il contenuto della conversazione circa le difficoltà della perfusione hanno trovato esatta dettagliata conferma». Questione aperta.

Al Monaldi sapevano dei problemi con l’espianto?

I magistrati di Napoli sono al lavoro sui telefonini dei sette medici indagati per capire se i due chirurghi che a Bolzano hanno effettuato l’espianto, abbiano comunicato a Napoli che c’erano stati dei problemi. O se tutto sia passato sotto silenzio.

Il cuore in ambulanza? Meglio in elicottero

La prima cosa che Bolzano ha chiesto alla cardiochirurga di Napoli è stato come volessero rientrare all’aeroporto di Verona. «La dottoressa ci ha risposto in ambulanza. Siccome abbiamo una lunga esperienza in materia e conosciamo bene l’importanza dei tempi che devono essere strettissimi per evitare la possibile ischemia dell’organo, le abbiamo detto che avevamo l’elicottero a disposizione, ma lei ci ha risposto che comunque poteva andare bene pure l’ambulanza. Le abbiamo risposto che da Bolzano a Verona sono almeno due ore ed abbiamo deciso di darle l’elicottero». La dottoressa di Napoli era tesa. «La nostra sensazione – dicono i “bolzanini – è che fosse molto preoccupata e tesa. Ci hanno riferito che avrebbe detto all’équipe dell’ambulanza, durante il tragitto in arrivo a Bolzano da Verona, che erano molti anni che non facevano operazioni del genere. Abbiamo portato i due medici da Napoli in sala operatoria, dove li abbiamo presentati all’équipe di Innsbruck».

Problemi di lingua tra i due team di chirurghi

«Al momento delle presentazioni ci sono stati dei problemi di comprensione. Perché la dottoressa del Monaldi non parlava bene l’inglese e il chirurgo austriaco non parlava l’italiano ma poi il secondo chirurgo di Napoli è riuscito a fare un po’ da ponte con l’inglese».

Problemi di lingua anche durante l’espianto 

«La dottoressa di Napoli – dicono i bolzanini – parlava solo italiano, mentre il chirurgo di Innsbruck parlava tedesco e inglese. Il chirurgo austriaco parlava in inglese col chirurgo di Napoli, che traduceva in italiano alla dottoressa di Napoli. Ricordiamo il nome del dottore di Napoli perchè la dottoressa lo chiamava spesso “Vincè”».




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