Carmignac: la destituzione di Maduro da parte degli Stati Uniti, la dottrina “Donroe” in azione

L’intervento di Trump in Venezuela è probabilmente l’azione più rilevante del suo secondo mandato fino a oggi. A differenza di precedenti momenti di svolta, come il Liberation Day, questa volta non vi è alcuna figura moderatrice paragonabile a Bessent in grado di temperare i suoi impulsi di politica estera. La reazione immediata dei mercati potrebbe essere più contenuta, ma il rischio di sconvolgimenti geopolitici di lungo periodo è indubbiamente aumentato.
Gli obiettivi
Ufficialmente, Trump dichiara la propria intenzione di trasformare il Venezuela in un protettorato statunitense, con l’insediamento di un regime fantoccio, in risposta alle accuse di traffico di droga. L’obiettivo dichiarato – sebbene privo di una tempistica definita – è garantire una transizione politica “sicura, appropriata e giudiziosa”. Gli obiettivi reali sono tuttavia più complessi. In primo luogo, la politica interna. L’operazione rafforza la narrativa su legalità e ordine pubblico in vista delle elezioni di medio termine, mobilita un elettorato latino sempre più orientato verso i Democratici e facilita le deportazioni degli immigrati venezuelani irregolari.
In secondo luogo, il fattore energetico. Sebbene il potenziale di rialzo nel breve periodo sia limitato, le grandi compagnie petrolifere accoglieranno favorevolmente la possibilità di assumere il controllo di nuovi giacimenti e di incrementare le proprie riserve provate. Tuttavia, per riportare la produzione ai livelli dell’era pre-Chávez saranno necessari diversi anni e investimenti per decine di miliardi di dollari, a condizione che la situazione di sicurezza possa essere garantita. Nel lungo periodo, il calcolo strategico è quello di stabilire una dominanza strutturale degli Stati Uniti sul mercato petrolifero. Con lo shale oil statunitense che mostra rendimenti decrescenti, il controllo delle riserve venezuelane collocherebbe gli Stati Uniti al centro del mercato globale del petrolio trasportato via mare. Un Venezuela amministrato dagli Stati Uniti potrebbe uscire dall’Opec e inondare i mercati petroliferi globali, facendo crollare i prezzi dell’energia. Trump acquisirebbe inoltre una leva significativa sull’economia cinese, ancora fortemente dipendente dalle importazioni di greggio via mare.
Infine, e forse soprattutto, l’operazione rappresenta un passaggio strategico nel disegno geopolitico complessivo di Trump.
L’esecuzione impeccabile dell’operazione consolida la credibilità della “gunboat diplomacy” di Trump nel far rispettare la sua dottrina “Donroe”. L’operazione indebolisce inoltre in modo significativo l’Asse autoritario (Cina–Russia–Iran), che di fatto prende atto della necessità di rinunciare ad asset e ambizioni nell’emisfero occidentale.
I rischi
In assenza di una tempistica chiara per la transizione di potere e con un sentimento anti-imperialista profondamente radicato, un regime estrattivo gestito da attori stranieri rischia di diventare terreno fertile per la resistenza politica. Il principale rischio per Trump è che il nuovo regime venezuelano finisca per esercitare il controllo solo su una parte limitata del territorio. L’economia è già in condizioni disastrose, con un’inflazione superiore al 100% annuo e una popolazione che dipende dalle importazioni per circa il 60% del proprio fabbisogno alimentare. Un ulteriore deterioramento dovuto all’embargo petrolifero potrebbe aggravare il disagio sociale e favorire insurrezioni violente, alimentando un circolo vizioso di crisi economica e violenza politica.
Il settore petrolifero richiederà investimenti pari a circa 10 miliardi di dollari all’anno per diversi anni per incrementare le esportazioni, ipotizzando il mantenimento di un contesto di sicurezza adeguato. Non esiste alcuna “manna dal cielo” alimentata dal petrodollaro in grado di finanziare la stabilizzazione dell’economia, in particolare i costi elevati necessari per sradicare un’inflazione a tre cifre. Trump ha inoltre chiarito che il contribuente statunitense non fornirà alcun prestito ponte nella fase transitoria. Se queste criticità resteranno irrisolte, il Venezuela potrebbe trasformarsi in una sorta di pantano iracheno per l’esercito statunitense, con un costo politico molto elevato per Trump.
L’acuirsi delle tensioni geopolitiche globali comporta inoltre ulteriori rischi. La reazione immediata della Cina ha reso evidente la sua posizione. Il rischio è che Xi si mostri sempre più irritato in vista della visita di Stato di Trump prevista per aprile. E la Cina non ha mai esitato a mostrare la propria forza politica quando viene messa sotto pressione. Le tensioni commerciali potrebbero riaccendersi, anche se oggi gli Stati Uniti sembrano detenere un numero maggiore di carte. Anche i negoziati di pace in Ucraina sembrano passati in secondo piano. Trump ha ammesso di non essere “particolarmente soddisfatto di Putin in questo momento”, suggerendo che il fallimento dell’ultimo round negoziale sia già stato tenuto in considerazione nel suo approccio di politica estera.
Reazione dei mercati
Marginalmente, gli sviluppi del fine settimana sono ribassisti per il petrolio e quindi favorevoli alla crescita globale e alla propensione al rischio. Tuttavia, i mercati hanno ragione a considerare l’impatto come limitato, poiché il recupero della produzione venezuelana richiederà anni. Ma soprattutto, la mossa di Trump segna il colpo finale all’ordine internazionale basato su regole emerso nel secondo dopoguerra. Gli alleati continueranno a riarmarsi a ritmi sostenuti. E con l’Asse autoritario sotto pressione, non si può escludere una qualche forma di reazione. Il premio geopolitico è destinato ad aumentare sia sulle commodity strategiche (petrolio, minerali critici) sia sulle quasi-valute non fiat (metalli preziosi).
*Chief economist, Carmignac
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