Società

Una scuola che insegna a ragazzi diversi a conoscersi, rispettarsi e aiutarsi sta facendo il proprio lavoro. Lettera

Inviata dal professor Valentino Devanna – Signor Ministro, sono un docente e, prima ancora, sono una persona che ogni giorno entra in una scuola, apre la porta di una classe e incontra ragazzi in carne e ossa.

Non ragazzi descritti attraverso categorie, non statistiche, non emergenze da evocare nei discorsi pubblici: ragazzi con un nome, una storia, delle paure, delle capacità e, spesso, una straordinaria voglia di trovare il proprio posto nel mondo.

Per questo le sue parole mi hanno ferito e, soprattutto, mi hanno indignato. Lei sostiene che, nelle classi in cui la maggioranza degli studenti non conosce o conosce poco l’italiano e non conosce i “valori di riferimento della nostra società”, si creino le premesse per i futuri “maranza”, per l’esclusione sociale o per fenomeni di integralismo religioso.

Io quelle classi le vivo ogni giorno. E la realtà che vedo è molto più complessa, ma anche molto più bella e, soprattutto, molto più umana.

Vedo ragazzi stranieri che arrivano a scuola con un italiano incerto e che, giorno dopo giorno, imparano una lingua che non è quella della loro famiglia. Li vedo fare fatica, sbagliare, arrabbiarsi, ricominciare. Li vedo aiutarsi tra loro. Vedo chi sa tradurre una parola per il compagno appena arrivato, chi condivide la merenda, chi presta un quaderno, chi accompagna chi è in difficoltà. Vedo una generosità materiale e umana che troppo spesso, ahinoi, non viene raccontata.

E vedo anche qualcosa che dovrebbe interessare più di ogni altra cosa chi governa la scuola: ragazzi che, pur provenendo da mondi diversi, imparano a stare insieme. La scuola non dovrebbe essere il luogo in cui si stabilisce chi appartiene e chi non appartiene alla nostra società. È, al contrario, uno dei luoghi in cui l’appartenenza si costruisce.

E questa appartenenza non nasce dalla paura dell’altro, né dall’etichettarlo come possibile delinquente o estremista. Nasce dalla conoscenza, dalla lingua, certo, ma anche dall’incontro, dalla fiducia, dalle regole condivise, dalla possibilità di sentirsi riconosciuti e rispettati.

Se un ragazzo non conosce bene l’italiano, il nostro compito non è considerarlo una minaccia: è insegnargli l’italiano.
Se non conosce la storia e i principi della nostra Costituzione, il nostro compito non è sospettare di lui: è insegnarglieli. Se si sente escluso, il nostro compito non è trasformare la sua esclusione in una profezia: è fare tutto ciò che possiamo perché quella profezia non si avveri. Questo significa fare scuola.

E c’è una contraddizione profonda nel parlare di “valori di riferimento della nostra società” dimenticando che, tra quei valori, dovrebbero esserci anche l’uguaglianza, la dignità della persona, la solidarietà, il rifiuto delle discriminazioni e il principio secondo cui ogni persona ha diritto a essere considerata per ciò che è e non per la categoria alla quale qualcuno decide di assegnarla.

Non nego i problemi. Chi insegna davvero sa quanto possano essere difficili alcune classi, quanto siano importanti l’apprendimento dell’italiano, il rispetto delle regole, l’educazione civica, il contrasto alla dispersione e la costruzione di una comunità scolastica coesa.

Ma proprio perché conosco quei problemi, rifiuto che vengano affrontati costruendo un nesso quasi automatico tra origine straniera, scarsa conoscenza dell’italiano, criminalità e integralismo. È una scorciatoia pericolosa. Ed è soprattutto ingiusta nei confronti di migliaia di studenti che ogni mattina vengono a scuola e fanno semplicemente ciò che fanno tutti gli adolescenti: cercano di crescere, di essere accettati, di costruirsi un futuro.

Ministro, venga nelle nostre scuole.
Venga nelle classi numerose, rumorose, imperfette. Si sieda accanto a quei ragazzi. Li ascolti. Li guardi lavorare, sbagliare, arrabbiarsi, piangere, ridere, aiutarsi.

Scoprirà forse che dietro la parola “stranieri” ci sono persone che, molto spesso, stanno già costruendo con noi quella comunità alla quale lei dice di volerli educare. Scoprirà ragazzi che non chiedono di essere considerati migliori degli altri. Chiedono soltanto di essere visti per quello che sono.

La scuola italiana ha bisogno di risorse, insegnanti preparati, mediatori linguistici, tempo, attenzione, spazi e strumenti per l’inclusione. Ha bisogno di autorevolezza e di regole, ma anche di fiducia. Non ha bisogno di essere raccontata come il luogo in cui si preparano i “futuri maranza”.
Io, da docente, preferisco raccontarla per ciò che vedo ogni giorno: un luogo difficile, certamente, ma nel quale ragazzi diversi imparano a diventare cittadini insieme. E, cosa forse ancora più importante, noi adulti impariamo insieme a loro a diventare cittadini migliori.

Perché una scuola che insegna a ragazzi diversi a conoscersi, rispettarsi e aiutarsi non è una scuola che sta fallendo. È una scuola che sta facendo il proprio lavoro. E questa, Ministro, non è un’emergenza da cui difendersi. È una responsabilità da assumersi.


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