Giovani e social, Crepet: “La dipendenza dai social è più subdola di quella dalle droghe ed è difficile da debellare”

“Viviamo in un mondo di zombie, dove non si riesce più a dialogare e a parlare”. Comincia così l’intervista di Paolo Crepet concessa al Corriere Adriatico, in cui lo psichiatra dipinge un quadro impietoso della nostra contemporaneità, che riguarda in maniera particolare i giovani.
Secondo Crepet, la colpa è di una deriva collettiva che ha delegato ogni forma di interazione umana a strumenti che, per loro natura, sono freddi e distanti. Non solo i social network, ma anche la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, che rischia di spegnere l’ultima scintilla di autonomia intellettuale che ci rimane.
“L’IA è un disastro assoluto” per la mente dei ragazzi
Strumenti come ChatGpt, come precisato da Crepet nell’intervista, stanno cambiando radicalmente il modo in cui i ragazzi affrontano lo studio e la conoscenza, rivelandosi “un disastro assoluto”. Il meccanismo è subdolo: perché uno studente dovrebbe impegnarsi in una ricerca, sudare su un testo, costruire un ragionamento, quando un algoritmo può fornirgli tutto in pochi secondi? È una dinamica che, per lo psichiatra, produce giovani passivi, incapaci di mettersi in gioco, abituati a ricevere senza sforzo e che, per riprendere le sue parole, “subiscono passivamente tutto e non fanno concretamente nulla”.
“Se stai 12 ore su Instagram non hai sensi di colpa”
E poi ci sono i social, con lo spettro della dipendenza che continua ad aleggiare sulle teste dei giovani. Ciò che preoccupa maggiormente Crepet è la sua natura invisibile: a differenza delle droghe, che lasciano segni evidenti sul corpo e sulla psiche, i social network agiscono infatti in sordina.
Passare dodici ore al giorno su Instagram non produce sensi di colpa. Non c’è uno specchio che restituisce un’immagine preoccupante, non c’è una famiglia che lancia allarmi. Eppure, sostiene lo psichiatra, la dipendenza è reale: “La dipendenza dai social è più subdola di quella dalle droghe ed è difficile da debellare perché se stai 12 ore su Instagram non hai i sensi di colpa di uno che consuma sostanze stupefacenti”, spiega.
È proprio questa assenza di un segnale d’allarme a rendere la situazione pericolosa. Chi passa ore sui social non percepisce di fare del male a se stesso: “Ti sembra di non fare nulla di male, ma invece sei malato e dipendente”. A proposito del capitolo dipendenza, Crepet prosegue l’intervista affermando di seguire con grande interesse il processo intentato da 4 Stati americani contro Meta (accusata proprio di aver progettato le piattaforme per innescare meccanismi di dipendenza e di non esser stata trasparente sui rischi).
Per lo psichiatra, l’esito di questo processo potrebbe avere un peso storico e “cambiare la nostra quotidianità e il mondo se le accuse saranno confermate”. La sua speranza è che una sentenza storica possa fungere da “sveglia” collettiva, un primo passo per Riprendersi l’anima, come titola il suo ultimo libro.
L’antidoto di Crepet: fare, non guardare
Ma allora, come si può fare per uscire dalla passività digitale? La soluzione, secondo Crepet, non è osservare la vita degli altri attraverso uno schermo, ma riscoprire l’azione reale. I giovani devono ritrovare la propria creatività e impegnarsi in progetti reali, coltivando passioni che diano un senso concreto alle loro giornate. Solo l’impegno pratico può aiutare a combattere l’omologazione di un’era dominata dagli algoritmi: “ai ragazzi dico lo stesso: fate delle cose, smettete di guardarle, di stare seduti a fantasticare, fatele concretamente”.
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