Un cerotto smart per la diagnosi precoce dell’Alzheimer, Unimore in prima linea nella ricerca

L’Alzheimer rappresenta oggi una delle principali sfide sanitarie a livello globale, con oltre cinquanta milioni di persone colpite e stime che prevedono una triplicazione dei casi entro il 2050. C’è però un dato fondamentale che apre nuove speranze per la ricerca: i biomarcatori della malattia iniziano ad alterarsi anche dieci o quindici anni prima della comparsa dei sintomi clinici, offrendo una finestra cruciale per intervenire in tempo. Proprio per sfruttare questo vantaggio strategico è appena nato ALERT, un ambizioso progetto europeo di ricerca della durata di tre anni che riunisce un consorzio internazionale di eccellenza.
L’iniziativa, coordinata dall’Università di Pisa, vede un ruolo da protagonista per l’Università di Modena e Reggio Emilia con la professoressa Daniela Giuliani, farmacologa del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze, affiancata da importanti atenei europei e realtà aziendali leader nell’innovazione medicale.
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Il cuore pulsante di questa rivoluzione scientifica è la creazione di un innovativo sensore chiamato QRc-MN: un vero e proprio cerotto intelligente dotato di microaghi biodegradabili, più sottili di un capello, capaci di penetrare delicatamente la pelle fino a raggiungere il flusso sanguigno in modo indolore. “Il progetto ALERT punta a rivoluzionare la diagnosi dell’Alzheimer attraverso tecnologie innovative e non invasive– spiega la professoressa Giuliani. –L’obiettivo è sviluppare un sistema in grado di rilevare precocemente i biomarcatori della malattia direttamente nel plasma sanguigno, offrendo una soluzione più rapida, accessibile ed economicamente sostenibile rispetto ai metodi attuali”.
I microaghi monitoreranno in tempo reale le concentrazioni di proteine chiave legate alle fasi precoci della malattia, generando un codice QR fluorescente in grado di trasmettere i dati in modalità wireless a un’app dedicata. Al termine del processo, della durata di pochi minuti, gli aghi si dissolveranno naturalmente senza richiedere alcuna rimozione.
I vantaggi rispetto alle attuali metodologie diagnostiche, spesso invasive, molto costose e caratterizzate da lunghi tempi di attesa per l’analisi del liquido cerebrospinale, sono evidenti. Come sottolinea la dottoressa Eleonora Vandini, collaboratrice del team di Unimore, “questa tecnologia permetterà una diagnosi precoce più semplice, veloce ed economica”.
Un traguardo fondamentale non solo per migliorare la qualità della vita dei pazienti, ma anche per la sostenibilità dei sistemi sanitari, considerando che i costi legati all’Alzheimer nell’Unione Europea superano attualmente i 350 miliardi di euro all’anno. Una visione di profondo rinnovamento condivisa anche dalla professoressa Antonietta Ottani, farmacologa dell’ateneo modenese, la quale evidenzia come il sensore “introdurrà un cambiamento radicale nel campo della diagnostica: il passaggio da un sistema analogico a uno digitale in vivo”.
Le potenzialità di questo approccio tecnologico, progettato anche per i contesti ambulatoriali, si spingono però ben oltre le patologie neurodegenerative. Secondo il professor Massimo Dominici, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena e partecipe al progetto insieme alla dottoressa Giulia Grisendi, il sistema potrà essere esteso in futuro ad altri ambiti cruciali, come le diagnosi oncologiche, il monitoraggio delle infezioni, lo screening farmacologico e persino la sicurezza ambientale. Prospettive che promettono di cambiare il volto della sanità: “ALERT potrà aprire la strada ad una medicina più personalizzata, tempestiva ed efficiente– conclude la professoressa Giuliani. –Il monitoraggio continuo e non invasivo dello stato di salute potrebbe diventare una realtà concreta”.
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