Friuli Venezia Giulia

Udine, Alpini e Pride: il sindaco che non sceglie e la città che paga

25 aprile 2026 – ore 08:00 – A Udine non è scoppiato un conflitto di valori, ma una crisi di autorità. Una condizione ritenuta più grave, perché i valori possono essere discussi, mentre l’autorità impone decisioni. Il sindaco Alberto Felice De Toni ha scelto la via più comune, spesso adottata da chi non intende lasciare un segno: ha affermato che tutti hanno diritto, confidando poi che la realtà si aggiusti autonomamente. Ha proposto una risposta apparentemente elegante, quasi da manuale giuridico. Tuttavia, le città non si governano con le parole, bensì con decisioni concrete. Gli Alpini, con il loro stile diretto, hanno espresso una posizione chiara: così non funziona. Non si tratta di ideologia, ma di logica. Un raduno programmato da mesi, radicato nella tradizione cittadina e già organizzato nei dettagli, non è un evento qualsiasi. Non può essere compresso, spostato o adattato all’ultimo momento. Il raduno ha un peso, una storia, una struttura e, soprattutto, una precedenza che non rappresenta un privilegio, ma una questione di ordine.

Il Pride, arrivato in un secondo momento, si sovrappone ad altri eventi. È legittimo, senza dubbio, ma la sua legittimità non lo rende intoccabile né automaticamente prioritario. In un’amministrazione capace di assumersi responsabilità, il criterio dovrebbe essere lineare: precedenza a ciò che è stato programmato per primo, seguito da ciò che si aggiunge successivamente. Non si tratta di discriminazione, ma di gestione. A Udine, invece, è stata intrapresa una strada diversa: una questione pratica è stata trasformata in un esercizio teorico. Si è discusso di diritti, libertà e garanzie, ma senza incidere sulla realtà. Mentre il dibattito si concentra sui principi, il calendario resta invariato, così come la sovrapposizione degli eventi. Nello stesso giorno e nel medesimo centro storico è prevista anche una terza manifestazione, FriulKorea, evento culturale e sportivo già programmato tra la Loggia del Lionello e via Mercatovecchio. Privo di connotazioni ideologiche o divisive, rappresenta un ulteriore elemento di complessità, proprio per la sua natura trasversale.

A questo punto, non si tratta più di una contrapposizione tra Alpini e Pride, ma di una questione di gestione urbana: tre eventi, tre pubblici differenti, un unico spazio, senza un coordinamento efficace. Non è pluralismo, ma sovrapposizione di voci. Non è convivenza, ma congestione. Non è libertà, ma assenza di regia. L’immagine che emerge è quella di una città lasciata a sé stessa, dove tutti sono autorizzati ad agire, ma nessuno è realmente coordinato. Il problema non riguarda più chi abbia ragione, bensì chi riesca a conquistare spazio. La responsabilità è politica. Non serviva una riflessione teorica, ma una decisione chiara. Governare implica inevitabilmente scontentare qualcuno e accettarne il costo. Il sindaco De Toni ha scelto l’opposto: evitare di scontentare chiunque, finendo per non esercitare una guida. Una posizione che, sul piano teorico, appare inclusiva, ma che nella pratica si traduce in evasività, priva di una direzione definita. Gli Alpini, con un ultimatum, hanno posto la questione in modo diretto. Il tono può essere stato ruvido, ma il messaggio è apparso inequivocabile. In un contesto politico spesso ambiguo, la chiarezza rappresenta già una forma di responsabilità. A Udine, al contrario, sembra prevalere la vaghezza: rassicurante solo finché non si rende necessaria una decisione concreta. In quel momento emerge il vuoto che si cela dietro le parole, un vuoto ordinato, ma privo di sostanza.

Articolo di Francesco Viviani




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