Salute

Tumori, al Festival del cinema di Cannes riflettori sulla «leucemia dei bambini»

C’è la vita quotidiana, colta di sorpresa, trafitta all’improvviso dalla notizia di malattia. C’è il tempo sospeso delle famiglie, di genitori e nonni, di fratelli e zii, di amici e insegnanti, dei compagni di studio e di sport. C’è la fatica: quella data dalla patologia ma anche quella dell’attesa, della vita confinata per lunghi periodi in un reparto, del non sapere cosa sarà domani né se ci sarà un futuro. E, anche, c’è abbastanza materiale per scriverne, per raccontare. Sì ma raccontare cosa? Di certo, la malattia: quella leucemia linfoblastica acuta che è l’aggressivo tumore del sangue “dei bambini”. Ma – soprattutto – va detto molto di più: il vissuto che in quelle vite all’improvviso deviate nel proprio corso continua a esserci, seppure in altro modo. E che porta con sé le nuove – preziose – relazioni del microcosmo pieno di significanti chiamato relazione terapeutica. Con i medici, innanzitutto, ma anche con gli infermieri e con gli altri operatori sanitari.

Ce n’era abbastanza perché da tutto questo nascessero un libro – “Tante belle persone”, scritto da Paolo Tallini, papà di Pietro che quella malattia l’ha affrontata per tre anni – e il documentario “Sangue Bianco” che ne è scaturito, selezionato e presentato al Festival del Cinema di Cannes 2026 all’interno dello Spazio Cinecittà (Italian Pavillon). A promuoverlo, con il patrocinio della Fondazione Maria Letizia Verga per lo studio e la cura della leucemia del bambino, la farmaceutica Amgen.

Il documentario

Tre i protagonisti: Lorenzo e Jessica – due giovani che la malattia l’hanno incontrata a 12 e 17 anni e che oggi sono guariti, e lo stesso Paolo Tallini. E’ lui a raccontare per suo figlio Pietro, che è mancato nel 2023. E ha scelto di farlo con quel titolo emblematico, “Tante belle persone”, la cui cifra è in ogni caso la speranza. Stessa parola-chiave del “corto” portato a Cannes e ideato dalla scrittrice e sceneggiatrice Morena Rossi, con la regia di Lorenzo Cioglia. L’ossimoro della vita nella patologia, del bianco accecante e riflettente dello sfondo in cui i protagonisti si raccontano – che si alterna al rosso del sangue ora “malato” -: persone troppo giovani per poter abbinare alle loro esistenze anche solo il pensiero della morte. Tutto questo è nel titolo e nell’alternarsi di “bianco e nero” (il racconto della malattia) e “colore” (la vita che riprende, le foto, i ricordi, i progetti). Jessica, Lorenzo e Pietro ricostruiscono insieme alle loro famiglie quella normalità improvvisamente incrinata, così come la capacità di sorridere pure nei momenti più drammatici.

La malattia

Di leucemia linfoblastica acuta ci sono 800 nuovi casi l’anno in Italia e circa 400 sono diagnosticati in età pediatrica da 0 a 18 anni. Oggi la supera il 92% dei bambini, ma le percentuali – ci ricordano medici e ricercatori – non valgono per il singolo: “una persona guarisce o non guarisce e il confine resta assoluto”. «Se si pensa che all’inizio degli anni Settanta i trattamenti chemio-radioterapici consentivano percentuali di guarigione del 30%-50%, si può comprendere perché questa patologia sia considerata oggi il paradigma dei successi in emato-oncologia pediatrica», spiega Carmelo Rizzari, direttore della Ricerca clinica e Fase 1 Pediatria della Fondazione Irccs San Giovanni dei Tintori Monza. Molta strada è stata fatta grazie alla ricerca: l’introduzione di farmaci innovativi come gli inibitori della tirosin-chinasi, gli anticorpi farmaco-coniugati e le nuove terapie cellulari Car-T stanno cambiando lo scenario della cura. «Ma se è importante raccontare i successi – prosegue Rizzari – è necessario anche guardare alle sconfitte vissute dai pazienti, dalle loro famiglie e da noi operatori sanitari, continuando a stimolare la ricerca».

Relazione terapeutica parte della cura

Di certo, vincente è quell’alleanza terapeutica e quel lavoro di squadra che soprattutto in caso di pazienti pediatrici si sviluppa tra specialisti e famiglie. «Mi sono sentito in dovere di raccontare la nostra vicenda – spiega Paolo Tallini – e ho scritto un libro per restituire quanto Pietro ha ricevuto. In questa esperienza ho capito che i medici devono accompagnare la loro capacità tecnica con la componente umana: il rapporto tra questi due elementi in particolare per patologie come quella che ha affrontato mio figlio Pietro è “50%-50%”, perché senza empatia e relazione rischiamo di non portare a compimento questi percorsi di cura».


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