Trance bastarda per una nuova alba :: Le interviste di OndaRock
Da genovese d’adozione, ho sempre avuto un debole per le città portuali, succursali di un’unica grande nazione senza confini. La prima volta che sono stata a Marsiglia non ho potuto non sentirmi a casa, viste le innegabili analogie con il capoluogo ligure. Se c’è un gruppo che interpreta alla perfezione lo spirito della città, questi sono i BAKIR, con la loro eccitante miscela di ritmi maghrebini, pulsazioni elettroniche e testi incendiari. Ci ho scambiato quattro chiacchiere a proposito della loro città, del loro background multietnico e della missione della Baklawa Music Label, il loro “collettivo di musiche migranti”.

Partirei dalla vostra base operativa, Marsiglia: porto migrante per eccellenza, dove lotta e meticciato si respirano in ogni strada. Quanto influisce questo contesto nel vostro discorso artistico?
Alex: Marsiglia è più di una città per noi: è un modo di vivere la musica. Qui si percepiscono costantemente i flussi umani, le storie di partenze, di esilio, di sopravvivenza, ma anche di festa e di solidarietà. Questa energia permea naturalmente il nostro lavoro. Per strada, nei caffè, nei quartieri come al porto, si sentono diverse lingue, diversi ritmi, diverse memorie. La nostra musica cerca di raccontare questa realtà senza folklore: qualcosa di vivo, di contraddittorio, a volte duro, ma profondamente collettivo. Marsiglia ci ha insegnato che un’identità non è mai pura. È una città che trasforma tutto ciò che tocca. Musicalmente, questo ci spinge a mescolare senza gerarchie le macchine elettroniche, le percussioni tradizionali, le chitarre distorte o i canti popolari. Non cerchiamo di rappresentare una tradizione “autentica”, ma piuttosto di raccontare percorsi contemporanei.
Hicham: Sono nato e cresciuto a Casablanca fino a 26 anni, poi ne ho vissuti cinque a Genova e dal 2017 sono a Marsiglia. Tutte queste città, in diverso modo e con un impatto più o meno evidente, sono marcate da forti disuguaglianze sociali. Indubbiamente queste violenze influiscono sul mio modo di vedere il mondo e quindi sui miei testi. A Marsiglia come in molte altre grandi città francesi, il presunto métissage culturale ed etnico, che è l’altra faccia delle discriminazioni razziali, nasconde la violenza del passato coloniale.
Yoco: Sono arrivato a Marsiglia da Parigi nel 2016. Ho trovato una città cosmopolita, caratterizzata dal meticciato, con uno stile di vita completamente diverso da quello della capitale. Durante i miei primi mesi a Marsiglia, avevo l’impressione di trovarmi in un paese straniero, tanto è differente la cultura. È l’unica grande città della Francia in cui il centro è rimasto popolare. BAKIR è in un certo senso il riflesso di questa città, una fusione tra diversi orizzonti e culture diverse che ci regala una musica “made in Marsiglia”.
L’altra cornice è il Marocco, con la ricca tradizione gnawa come fonte creativa e i leggendari Nass El Ghiwane eletti a numi tutelari. Che rapporto avete con questo paese e il suo immenso patrimonio musicale?
Alex: Il Marocco fa parte della nostra storia intima, familiare e musicale. La musica gnawa ci ha colpiti da subito per la sua potenza spirituale e ipnotica. È una musica di trance, ma anche di resistenza e di memoria. Per quanto riguarda i Nass El Ghiwane, hanno dimostrato che si può parlare al popolo con immensa libertà poetica e politica. La loro influenza va ben oltre il Marocco: hanno aperto una strada in cui la musica popolare diventa uno spazio di coscienza collettiva. Cerchiamo di dialogare con questa eredità senza copiarla. Questo patrimonio è vivo e non deve essere cristallizzato. Ciò che ci interessa è il modo in cui queste musiche possono risuonare ancora oggi in contesti urbani, elettronici e internazionali.
Yoco: Ho viaggiato diverse volte in Marocco e questi viaggi hanno trasformato il mio modo di vedere la vita. Lì ho scoperto una cultura ricca, un popolo molto generoso, un rapporto con il denaro totalmente diverso da quello occidentale. Sono rimasto affascinato da questo paese.
È un momento difficile per Rabat, segnato dalle proteste della Gen Z e dall’annosa faida con il Sahara Occidentale. Che idea vi siete fatti di questa crisi in un paese considerato relativamente stabile?
Alex: Preferiamo mantenere un atteggiamento prudente su questo tema, poiché riguarda realtà complesse che non pretendiamo di comprendere appieno. Ciò che si può dire è che le tensioni sociali e politiche che molti paesi vivono oggi riflettono spesso una stessa aspirazione: quella di una gioventù che cerca più giustizia, libertà e prospettive. La musica non risolve queste crisi, ma a volte può creare spazi di ascolto e di dialogo.
Hicham: La mia impressione è che non si tratti di una crisi, ma di una rivelazione. Mi spiego: i momenti di ribellione in Marocco sono assai frequenti. Dalle Proteste del Pane del 1981 alla Primavera del 2011 fino alla Generation Z, ovvero quelli più mediatizzati all’estero, ci sono stati tanti altri movimenti: nel 2015 la Rivolta della Candele a Tangeri contro l’aumento delle bollette, tra il 2016 e il 2017 il movimento dell’Hirak nel Rif innescato da un evento simile a quello della Primavera Tunisina, nel 2018 la campagna popolare di boicataggio causata dall’aumento dei prezzi di molti beni di consumo, oltre alle proteste contro le demolizioni di molti quartieri informali in vista della recente Coppa d’Africa e del prossimo Mondiale che si terrà in Marocco. Questo della Generation Z mi sembra sia arrivato con una modalità inaspettata: si tende a ritenere questa generazione disinteressata alle questioni politiche, ma lo stesso si diceva dei giovani nel 2011. La differenza ora è che le tradizionali organizzazioni politiche e sociali che erano ancora presenti in piazza nel 2011 (sindacati, partiti, associazioni) sono sparite in queste ultime proteste, le cui assemblee si tenevano sulla piattaforma Discord.
La fusione tra folklore maghrebino ed elettronica da ballo costituisce un linguaggio ormai codificato: penso ad Ammar 808 in Tunisia o a Islam Chipsy in Egitto. Credete si possa parlare di un nuovo modo di intendere la musica trance, se non di una vera e propria scena internazionale?
Alex: Sì, senza dubbio. Si ha l’impressione che oggi esista una costellazione di artisti che stanno reinventando le musiche popolari del Maghreb e del Medio Oriente con gli strumenti elettronici contemporanei. Ma ciò che è interessante è che questa scena non è una corrente omogenea: ognuno arriva con la propria storia locale, i propri strumenti, i propri riferimenti spirituali. Il punto in comune è forse questa idea della trance come esperienza collettiva. Le musiche tradizionali maghrebine hanno sempre avuto questa dimensione fisica e ripetitiva. L’elettronica permette di prolungare questa energia e di farla viaggiare in altri spazi: club, festival, concerti ibridi… Assistiamo alla nascita di una scena internazionale comune ancora molto mutevole, che rifiuta i confini troppo rigidi.
Yoco: Sono d’accordo: questi generi musicali erano destinati a incontrarsi. Esiste un’enorme correlazione tra di loro, che si tratti delle linee di basso ripetitive o di quei ritmi ricorrenti che ci trasportano in uno stato di trance. C’è poi l’evoluzione tecnologica, con l’arrivo di nuovi strumenti e apparecchiature di registrazione (sintetizzatori, drum machine, MPC, home studio…) accessibili al grande pubblico, che consentono di creare e suonare la musica in modo totalmente diverso.
La vostra proposta è contraddistinta da una carica epica, in studio ma soprattutto dal vivo: un’epica “bastarda”, che contrasta le narrazioni istituzionali dando voce alle periferie e ai confini. E l’impressione è che questa energia vi venga restituita dal pubblico ogni volta che vi esibite…
Alex: La parola “bastarda” mi piace molto. Ho sette nazionalità tra i miei otto bisnonni. Questa parola forte sottolinea qualcosa di cui andiamo fieri: la mescolanza, l’impurità, le identità multiple. Veniamo tutti da percorsi diversi e la nostra musica lo riflette. Sul palco cerchiamo qualcosa di molto fisico, quasi cerimoniale. Vogliamo che il concerto sia un momento di superamento collettivo, non semplicemente una performance da guardare. E in effetti, questa energia ci viene spesso restituita dal pubblico in modo molto forte. Si percepisce che molte persone si riconoscono in questa idea di essere “tra più mondi”, tra più lingue o più culture. Il live diventa allora uno spazio in cui questi confini si dissolvono un po’.
Hicham: Credo che essere su un palco e potersi indirizzare a una platea sia un grande privilegio. A partire da ciò, ritengo sia un dovere per noi affrontare tematiche che possano portare l’attenzione sui margini, sulle lotte, anche impossibili. La musica dovrebbe essere la cassa di risonanza della realtà e in maniera “bastarda” è questa la nostra piccola lotta. Senza dimenticare che, come affermava Emma Goldman, “se non posso ballare non è la mia rivoluzione”. Per questo vorremmo che il nostro pubblico pensi e balli, balli e pensi!
Yoco: Quando abbiamo creato BAKIR, il nostro obiettivo era quello di far ballare la gente. Stavamo uscendo da diversi mesi di lockdown e coprifuoco a causa del Covid. Sentivamo che la gente aveva bisogno di uscire per ballare, divertirsi ed esternare una certa frustrazione. La danza non mente: se il pubblico balla, è perché ama la musica, e questa è la ricompensa più bella per noi. Diamo il massimo sul palco affinché il pubblico ci ricambi, e il più delle volte riceviamo questo riscontro che ci dà ancora più energia.
In Francia avete avuto modo di aprire i concerti di Médine, un personaggio tanto interessante quanto controverso. Com’è stato confrontarvi con questa figura ormai centrale nel panorama nazionale?
Alex: Essere il gruppo di apertura per Médine è stata un’esperienza indimenticabile. È un artista che ha sempre sostenuto un messaggio forte e talvolta controverso, ma anche un’autentica esigenza artistica e intellettuale. Il concerto è andato molto bene, il pubblico è stato estremamente ricettivo. Ci ha colpito constatare come una musica impegnata possa ancora oggi suscitare dibattito, in un panorama culturale spesso molto standardizzato.
Hicham: Purtroppo in Francia è molto facile risultare controversi, soprattutto se si toccano temi caldi da un punto di vista razzialmente connotato. È successo anche a noi di essere “deprogrammati” da un evento in quanto “troppo connotati”. Bienvenu en France, pays de l’égalité!
Siete parte del Baklawa Music Label, che si autodefinisce “collectif de musiques migrant”: il nome dice già tutto, ma diteci qualcosa in più…
Alex: Il collettivo riunisce artisti provenienti da contesti molto diversi, ma accomunati da un unico desiderio: diffondere musiche legate alle migrazioni, alle diaspore e agli incroci culturali. Il termine “musiche migranti” è importante per noi, perché descrive musiche in movimento, che attraversano i confini e si trasformano costantemente. Baklawa è tanto uno spazio artistico quanto uno spazio umano, dove le collaborazioni nascono naturalmente tra DJ, produttori e musicisti tradizionali. L’associazione è anche impegnata nella divulgazione presso un pubblico che non ha accesso alla cultura o che non si sente a proprio agio nei luoghi dedicati all’arte. Nei quartieri nord di Marsiglia, periferici, spesso dimenticati, animiamo laboratori musicali per i giovani.
Il vostro primo Ep si chiama “All’alba”: un titolo evocativo, che suggerisce speranza. Credete sia possibile una rinascita in questa fase così tormentata?
Alex: L’alba è un momento sospeso tra la notte e il giorno. Viviamo un’epoca attraversata da molta violenza, stanchezza e frammentazione, ma anche da un forte desiderio di reinventare i legami collettivi. Non ci aspettiamo una rinascita miracolosa, sarebbe ingenuo. Ma crediamo nelle piccole luci, negli spazi dove le persone continuano a creare, a ballare, a condividere nonostante tutto. Se la nostra musica può contribuire a questa sensazione di slancio o di speranza, anche solo modestamente, allora è già molto.
Yoco: È un mondo sull’orlo dell’apocalisse, pieno di conflitti, di guerre, caratterizzato da disuguaglianze, ma siamo pieni di speranza per il futuro. Crediamo che tutto possa cambiare. Ed è per questo che abbiamo realizzato questo album: è un grido dal cuore per risvegliare le coscienze. Come artisti, abbiamo la fortuna di poter salire sul palco e prendere la parola davanti a un pubblico. È quindi importante per noi diffondere il nostro messaggio al maggior numero possibile di persone.

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