Alessio Creatura – Libero dalle cose: quindici anni senza smarrire la strada :: Le interviste di OndaRock
Quindici anni fa Alessio Creatura esordiva con “Non ho più pace”, un disco figlio dell’inquietudine che ha poi avuto un seguito più riflessivo pur non rinunciando a un buon piglio rock, che fosse indie o meno. “Che ci amino gli altri” (arrivato, tra le tante cose, dopo concerti a supporto di Roberto Vecchioni e dopo l’incontro con Giancarlo Lucariello e Maurizio Fabrizio) spianava, forse involontariamente, la strada verso la riscoperta dell’essenza del cantautorato italiano più canonico che è stata la chiave di volta di tanti altri colleghi – dal De Gregori rispolverato stilisticamente da Brunori Sas al recupero più o meno indiretto di Enzo Carella da parte di Avincola o del premiato duo Colapesce/Dimartino per non parlare del più recente corso di Cesare Cremonini. Pur andando sempre avanti con le proprie forze, da artista indipendente, non sono mancate collaborazioni di prestigio, come quella con il musicista e produttore Massimo Luca.
È da poco uscito il suo ultimo lavoro “Libero dalle cose”, un disco energico, asciutto e con qualche sorpresa – come ad esempio un sentito omaggio a Piero Ciampi con una rilettura personale di “Ha tutte le carte in regola”. Più volte presente al Premio Lunezia, Alessio si è concesso a OndaRock per un’intervista esclusiva.

Alessio, sei fresco di pubblicazione di “Libero dalle cose”. Quando hai descritto la title-track hai detto: «Viviamo in un’epoca che ci spinge costantemente ad accumulare: oggetti, aspettative, consensi digitali, maschere sociali e restiamo ancorati a situazioni o persone per paura del vuoto, dimenticando chi siamo veramente. In questo brano l’invito è a compiere l’operazione inversa: sottrarre per ritrovare l’essenza». Si parla da più parti di una Gen Z che vuole disconnettersi, che questo 2026 sarà ricordato come un anno di ritorno all’analogico (ma, come abbiamo appreso dagli Stati Uniti quest’estate, c’è un ritorno anche ai supporti digitali dati troppo frettolosamente per morti). La tua denuncia, insomma, è qualcosa che è nell’aria e che il tuo lavoro intercetta.
«È esattamente così. Questa tendenza della Gen Z non è una moda, ma un istinto di sopravvivenza emotiva. C’è una saturazione evidente: l’obbligo di performare online e accumulare consensi digitali ci ha spenti. Vedere che i ragazzi oggi cercano i vinili o i momenti di disconnessione conferma che “Libero dalle cose” intercetta un’esigenza collettiva. La musica deve fare questo: dare voce a un malessere invisibile. Sottrarre non significa perdere, significa fare spazio. La vera ribellione oggi non è aggiungere o apparire. La vera ribellione è togliersi di dosso le maschere per ritrovare l’essenza. Sono felice che il mio album viaggi su questa lunghezza d’onda.»
“Libero dalle cose” è un disco asciutto, di breve durata, diretto nelle melodie che hai costruito ed è ancora una volta forte di influenze che resistono alle mode. Possiamo dire, e noi allora lo dicemmo, che “Che ci amino gli altri” – il primo album tuo di cui OndaRock si è occupata – hai anticipato un ritorno al cantautorato classico (parlo non solo di Brunori Sas, Lucio Corsi ma anche di un Cesare Cremonini sempre più in debito con Lucio Dalla) e c’erano riferimenti chiari del pop-rock anni 90 (penso al Grignani d’antan, che poi in qualche forma è stato ripreso da Tommaso Paradiso)?
«È un bellissimo complimento e ti ringrazio per aver tracciato questa linea. In effetti, “Che ci amino gli altri” nasceva proprio dal bisogno di rimettere al centro la parola e l’artigianalità della canzone, in un momento in cui tutto intorno stava diventando estremamente standardizzato. Sentire oggi artisti come Cremonini o Brunori, ma anche le nuove generazioni, attingere a quel patrimonio immenso che va da Lucio Dalla a quel pop-rock viscerale degli anni 90 – come il primo Grignani – mi fa capire che quella strada era quella giusta.
Con “Libero dalle cose” ho voluto fare un passo ulteriore in quella direzione: asciugare tutto. Se la prima forma di libertà è sottrarre, anche il disco doveva essere così: corto, diretto, senza fronzoli o sovrastrutture produttive. Le melodie devono arrivare subito, nude, e resistere al tempo, non alle mode della settimana. I riferimenti agli anni 90 e al cantautorato classico ci sono ancora perché sono le mie radici, ma oggi sono filtrati da una consapevolezza diversa. Non è nostalgia, è la scelta di usare ingredienti che non scadono mai per raccontare il presente.»
Pubblichi ancora una volta come artista indipendente, questo è il tuo quarto lavoro in quindici anni. Sei riuscito a fare incontri importanti, ad aprire concerti per i Nomadi, Roberto Vecchioni e Riccardo Fogli, e a collaborare con un’istituzione come Massimo Luca, oppure con Pippo Guarnera. Hai una band consolidata? I tuoi musicisti hanno contribuito alla stesura e agli arrangiamenti o la tua scrittura è solitaria?
«Essere un artista indipendente per quindici anni è una scelta d’amore e di resistenza. Significa difendere la propria libertà artistica a ogni costo, accettando tempi più lunghi ma potendo guardare ogni disco, da “Non ho più pace” fino a “Libero dalle cose”, sapendo che mi appartiene al cento per cento.
In questo percorso ho avuto la fortuna immensa di incrociare dei giganti. Aprire per i Nomadi, Vecchioni o Fogli ti insegna il mestiere sul campo, ti mostra cosa significa stare sul palco e arrivare al cuore della gente. Lavorare poi in studio con pilastri come Massimo Luca e Pippo Guarnera è stato come frequentare un’università della musica della quale sarò sempre grato.
Per quanto riguarda la creazione dei brani, la mia scrittura è rigorosamente solitaria. Ho bisogno del silenzio, del mio pianoforte o della mia chitarra per far nascere l’ossatura di una canzone, per trovare le parole e la melodia. Tuttavia, quando il pezzo c’è, entra in gioco la band. Ho la fortuna di avere al mio fianco dei musicisti straordinari – come Max Corona, chitarrista e produttore artistico dei miei ultimi lavori discografici – e consolidati: è con loro, in sala prove, che la canzone prende vita e si veste. Il loro contributo agli arrangiamenti è fondamentale perché portano il loro mondo nel mio, ma la direzione e l’anima del brano rimangono fedeli a quella scintilla iniziale nata in solitudine».
Agli archi e alle tastiere troviamo una presenza importante come Federico Mecozzi, giovane polistrumentista che affianca Ludovico Einaudi da diversi anni nelle sue tournée. Come vi siete conosciuti?
«L’incontro con Federico è stato un altro capitolo fondamentale per la nascita e l’identità sonora di questo disco. Volevamo che “Libero dalle cose” avesse quella componente rock e ruvida, ma al tempo stesso cercavamo un’eleganza profonda, una tessitura emotiva che solo gli archi sanno dare quando sono suonati con una certa sensibilità. Federico Mecozzi non ha bisogno di grandi presentazioni: il suo lavoro eccezionale da anni al fianco di un gigante come Ludovico Einaudi, sia in studio che sui palchi di tutto il mondo, parla da sé. Ma oltre a essere un musicista straordinario e un polistrumentista pazzesco, Federico è una persona di una generosità e di un’umiltà rare. Ci siamo incrociati grazie a una rete di sintonie artistiche proprio qui in Romagna, dove entrambi gravitiamo. Quando gli ho proposto di collaborare al progetto e gli ho fatto ascoltare i brani, ha sposato subito la filosofia dell’album. Ha capito immediatamente lo spirito del lavoro: non voleva “riempire” i pezzi per mettersi in mostra, ma ha usato il
violino, le viole e le tastiere per sottrazione, inserendo esattamente le note necessarie a far volare la melodia. Vedere un talento del suo calibro mettersi al servizio delle mie canzoni con così tanta cura e passione è stato un vero onore e ha regalato al disco una luce bellissima.»
In Libero dalle cose ci sono otto brani tuoi, uno dei quali è una rivisitazione di “Ti porto rancore” che è già comparsa in “Che ci amino gli altri”. Cosa ti ha spinto a ritornare a questo brano e a inserirlo in questo nuovo contesto dopo dieci anni?
«Tornare a “Ti porto rancore” dopo dieci anni è stato un bisogno quasi naturale. Quando ho iniziato a dare forma a “Libero dalle cose”, mi sono reso conto che la vera libertà passa inevitabilmente attraverso il perdono e il superamento del passato. Non puoi essere davvero “libero dalle cose” se ti porti ancora dietro il peso di vecchi risentimenti. Ho voluto riprendere quella canzone per vedere cosa rimaneva di quel rancore una volta tolto il rumore del tempo. In questo nuovo contesto, il brano trova comunque una veste molto dura, molto rock, energica e ancora densa di rabbia.
Come mai questa volta hai confezionato un disco più marcatamente rock e come mai stavolta si guarda tanto al nostro Paese (penso a “Carattere”, che è in forte odore di Afterhours ma strizza l’occhio anche ai suoni aspri dei White Stripes) quanto alla scena britannica e statunitense? “A corto di idee” ha una melodia che mi ha riportato a certe cose dei New Order, in “Non ci sei mai” torniamo per un attimo negli anni 80 tra Tom Petty e Billy Idol, altrove – nella title-track – c’è
qualcosa tanto di Francesco Renga quanto di Noel Gallagher (quest’ultimo torna in “Vuoto nell’anima”). Quali sono stati i tuoi ascolti negli ultimi anni?
«È un’analisi splendida e mi fa molto piacere che tu abbia colto tutte queste sfumature, perché descrivono esattamente il mio viaggio sonoro degli ultimi anni. La scelta di un sound più marcatamente rock nasce proprio dall’esigenza di immediatezza di cui parlavamo prima. Il rock ha questa forza: è viscerale, non mente, ed è perfetto per un disco che vuole “sottrarre” e andare dritto al punto senza troppi filtri di produzione.
Per quanto riguarda i riferimenti, io sono un figlio degli anni 80 e 90, e quelle radici riaffiorano sempre. Negli ultimi anni ho ascoltato tantissima musica, ma sono tornato soprattutto ai classici anglosassoni e americani, cercando di capire come quelle band riuscissero a unire l’energia ruvida alla melodia pop. Quando citi i New Order per “A corto di idee” o quel mix tra Tom Petty e Billy Idol in “Non ci sei mai”, tocchi tasti per me fondamentali: ritmiche incalzanti e chitarre che graffiano, ma con canzoni che puoi cantare al primo ascolto. L’Italia però resta la mia terra, soprattutto per l’approccio ai testi. Gli Afterhours che hai giustamente evocato per “Carattere” rappresentano per me il massimo esempio di come il rock in italiano possa essere spigoloso, amaro e poetico allo stesso tempo. E l’accostamento tra Noel Gallagher e Francesco Renga nella title-track mi diverte e mi onora: da
un lato c’è l’epicità delle melodie degli Oasis, che ho sempre amato, e dall’altro la cura per la vocalità e la melodia aperta tipica della nostra tradizione. Diciamo che i miei ascolti recenti sono stati un ponte continuo tra la brughiera inglese, le highway americane e la nostra via Emilia.»

“Libero dalle cose” è corredato da un video di Gianni Gaudenzi di Luna Video, che nel curriculum ha collaborazioni in qualità di operatore per film come “Paolo Conte alla Scala: Il maestro è nell’anima”, “Tutti in piedi” su Calcutta e “30 anni in un giorno” su Ligabue. Com’è avvenuto questo incontro?
«L’incontro con Gianni è stato uno di quei regali inaspettati che questo mestiere ti fa ogni tanto. Cercavo qualcuno che sapesse tradurre in immagini il concetto di sottrazione e di libertà che attraversa il disco, senza cadere nei cliché dei videoclip musicali moderni, dove spesso l’estetica prevale sul contenuto. Il nome di Gianni Gaudenzi mi è arrivato tramite una rete di stima reciproca in Romagna. Quando guardi il suo curriculum e vedi lavori eccezionali su giganti come Paolo Conte, Ligabue o Calcutta, capisci subito che hai a che fare con un professionista che sa catturare l’anima della musica e la verità dell’artista, non solo la bella inquadratura. Gianni ha una sensibilità rara: sa quando stare un passo indietro e quando entrare dentro l’emozione del brano.
Ci siamo incontrati, gli ho fatto ascoltare la title-track e c’è stata subito una sintonia totale. Ha capito al primo ascolto che il video doveva essere “libero dalle cose” tanto quanto la canzone stessa. Lavorare con lui e con il team di Luna Video è stato stimolante; sul set si respirava l’atmosfera dei grandi professionisti del cinema, ma con un’umiltà e una passione contagiose. È riuscito a dare al brano una veste visiva potente, cinematografica e, soprattutto, autentica.»
Per quanto riguarda invece i tuoi testi, da dove arriva l’ispirazione?
«La mia scrittura nasce quasi sempre da un dettaglio, da un momento di osservazione. Può essere una frase rubata su un treno, lo sguardo di uno sconosciuto o un cambio di luce in una stanza. Per me scrivere è un modo per processare la realtà, una necessità per fare ordine nel caos che ho dentro. Nei miei testi non cerco la finzione o la bella frase a effetto fine a se stessa; cerco la verità, anche quando fa male o quando mette a nudo le mie fragilità.
L’ispirazione per me è un esercizio di ascolto, sia verso l’esterno che verso me stesso. Spesso le canzoni arrivano quando smetto di cercarle, quando riesco finalmente a fare silenzio intorno e a essere, appunto, libero dalle sovrastrutture e dalle aspettative. Mettere quelle sensazioni su carta è il mio modo per non perderle.»
Come hai mosso i tuoi primi passi nella musica?
«I miei primi passi nella musica sono stati un percorso molto spontaneo, quasi una necessità fisica di esprimermi. Fin da bambino, a Vasto, ho sempre vissuto circondato dagli stimoli dell’arte: amavo la pittura, la recitazione, ma la musica ha avuto subito un richiamo più forte. Il mio primissimo approccio pratico è stato dietro i tamburi, studiando batteria. Subito dopo, però, ho sentito il bisogno di dare una forma più melodica e narrativa a quello che avevo dentro. Così, da autodidatta, ho iniziato a mettere le mani sulla chitarra e sul pianoforte. Non cercavo il virtuosismo accademico; cercavo semplicemente uno strumento che potesse accompagnare la mia voce e, soprattutto, le mie prime parole scritte.
La vera svolta nella consapevolezza è arrivata più tardi, con il trasferimento a Ravenna per l’università. Vivere lontano da casa,
immergermi nello studio dei Beni Culturali e respirare l’atmosfera culturale della Romagna ha dato una struttura diversa alla mia scrittura. Lì ho capito che la musica non era solo una passione passeggera, ma la mia strada per elaborare la realtà. Da quelle prime canzoni scritte in camera, un passo alla volta, è iniziato il viaggio che mi ha portato fino a qui.»
Oltre alle otto canzoni scritte di tuo pugno, in questo lavoro troviamo una cover che è stata anche estratta come singolo. “Ha tutte le carte in regola” di Piero Ciampi. Scelta interessante, trattandosi di un cantautore di culto (il suo ultimo album è del 1976, uscito quattro anni prima la sua morte avvenuta nel 1980) allora scoperto da Gino Paoli, che gli fece avere un contratto con la RCA e che nel 1980 incise “Ha tutte le carte in regola”, sorta di album-tributo. Sappiamo che Nada incise un album di canzoni sue, “Ho scoperto che esisto anch’io”, Renato Zero gli dedicò “L’aquilone Piero”, Bobo Rondelli pure gli dedicò un album. Anche Enrico Ruggeri, nella versione in vinile del suo ultimo lavoro in studio “La caverna di Platone“, ha omaggiato Ciampi. Quali sono i tratti che ti accomunano a lui?
«Citare tutti questi grandi nomi dimostra quanto Piero Ciampi sia un gigante sotterraneo della nostra musica, un patrimonio a cui torni quando cerchi la verità più nuda. Accostarmi a lui è un atto di profonda umiltà, perché Ciampi è inarrivabile, ma la scelta di interpretare “Ha tutte le carte in regola” e di estrarla come singolo nasce da un’affinità elettiva fortissima.
Se devo pensare a cosa mi accomuna a lui, o almeno a cosa mi affascina profondamente della sua poetica, direi tre cose: l’elogio della sconfitta, l’autenticità viscerale e la solitudine come scelta creativa. Ciampi cantava il disastro personale e le proprie fragilità senza filtri, senza mai cercare il consenso del pubblico o il compromesso con le mode dell’epoca. Inoltre, c’è il legame profondo con il senso del vuoto e dell’isolamento. Anch’io ho bisogno della solitudine per scrivere e per ritrovare l’essenza, proprio come lui viveva ai margini per proteggere la sua purezza artistica. La mia versione del brano non vuole scimmiottare la sua interpretazione teatrale e dolorosa, ma vuole essere un omaggio asciutto, rispettoso, che porta quel grido di disperata libertà dentro il suono rock e minimale di “Libero dalle cose”. Ciampi ci ha insegnato che si può essere immensi anche senza vincere mai, ed è una lezione che ogni artista indipendente dovrebbe portare nel cuore.»
Porfirio Rubirosa ha detto: “Piero è probabilmente l’unico cantautore in cui le vicende personali si intrecciano in maniera indissolubile con la produzione artistica. Conoscerne il privato significa comprenderne l’arte. Purtroppo, con il passare del tempo molte notizie biografiche, già di per sé frammentarie, si stanno irrimediabilmente perdendo, complice la scomparsa di buona parte del suo cerchio magico”. Ciampi, tuttavia, affascina anche artisti esteri: Micah P. Hinson ha interpretato “L’amore è tutto qui”, Peter Hammill “Il vino”. Cosa ti affascina di Piero e come mai, a tuo avviso, va riscoperto?
«Porfirio Rubirosa dice una cosa sacrosanta: in Ciampi non esiste alcun confine tra l’uomo e l’artista. La sua vita era la sua opera, e viceversa. Questo suo essere tragicamente e meravigliosamente “uno a uno” con le sue canzoni è proprio ciò che rende la sua arte immortale, ma anche così fragile di fronte al tempo che passa. Il rischio che la sua memoria si frammenti è reale, ed è per questo che noi musicisti abbiamo il dovere di continuare a cantarlo, per non far sbiadire quel “cerchio magico”.
Cosa mi affascina di lui? Proprio questa sua totale mancanza di calcolo. Piero non scriveva per compiacere, non addolciva la pillola. Metteva sul piatto le sue miserie, i suoi abissi e la sua immensa tenerezza con una purezza che oggi fa quasi spavento. Ed è fantastico, ma non sorprendente, che affascini artisti stranieri del calibro di Peter Hammill o Micah P. Hinson. La disperazione e la bellezza di Ciampi non hanno bisogno di traduzione letterale: il suo è un linguaggio universale, fatto di accenti, di silenzi, di pugni nello stomaco e di un’urgenza espressiva che supera qualsiasi barriera linguistica.
A mio avviso, Ciampi va riscoperto oggi più che mai perché rappresenta l’antidoto perfetto all’edonismo digitale e alla dittatura dell’apparenza. In un’epoca in cui siamo tutti ossessionati dal mostrare la versione migliore e più performante di noi stessi, Ciampi ci sbatte in faccia la sacralità del fallimento e la bellezza dell’imperfezione. Rispolverare le sue canzoni significa ricordarci che siamo umani, che abbiamo il diritto di essere fragili, di sbagliare e di gridare il nostro dolore senza per questo valere meno. Riscoprire Piero Ciampi oggi significa fare un atto di profonda igiene mentale ed emotiva.»
Sei stato più volte al Premio Lunezia e Michele Neri, nel suo dizionario “Cantautori e cantautrici del nuovo millennio”, ti conferma come una delle voci più autentiche della scena indipendente. Quali sono i tuoi appuntamenti autunnali e i prossimi traguardi che ti sei prefissato di raggiungere?
«Ricevere parole così importanti da un critico del calibro di Michele Neri nel suo dizionario, insieme ai bellissimi ricordi legati alle mie partecipazioni al Premio Lunezia, è un orgoglio immenso. Ti dà la conferma che la fatica e la coerenza del percorso indipendente, alla fine, lasciano una traccia e vengono riconosciute da chi la musica la ascolta per davvero. Per quanto riguarda il futuro immediato, per tutto il 2026 porto “Libero dalle cose” in mezzo alla gente. Il disco è nato per essere suonato dal vivo, per spogliarsi ancora di più sul palco. In autunno ci sposteremo nei club con la band al completo, dopo la dimensione più acustica e intima delle date estive: in questo modo l’impatto più marcatamente rock e internazionale che caratterizza i nuovi arrangiamenti potrà veramente esplodere.
Il traguardo più grande che mi sono prefissato? Non è numerico, non legato alle classifiche. Spero semplicemente che queste nuove canzoni riescano a fare spazio nella testa di chi le ascolta, aiutando le persone a sottrarre un po’ di quel rumore quotidiano per ritrovare la propria essenza. E poi, naturalmente, continuare a scrivere. Perché una volta che ti liberi dalle cose, la mente torna finalmente a riempirsi di nuove storie da raccontare.»
Cavalca l’onda della grande musica
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.
Source link




