Cultura

The Clockworks – The Entertainment

Se scrivi a Alan McGee su Instagram e quello arriva fino a Galway per vederti in sala prove, mentre gli spari addosso i tuoi pezzi senza troppi filtri, qualcosa sotto deve esserci.
E quando poi salta fuori anche Bernard Butler, sì, proprio quello dei Suede, quello di “Pantomime Horse”, allora non è più solo fumo: un bel po’ di arrosto c’è davvero.
Il disco d’esordio “Exit Strategy” viene accolto subito positivamente, grazie alla sua coerenza narrativa, all’approccio quasi cinematografico e all’urgenza dei testi. La band sembra fare sul serio: condivide il palco con i Pixies e i Kings of Leon, macinando chilometri anche negli States.

E allora sì, può anche capitare che dopo il tuo set ti ritrovi lì, con una pinta in mano, mentre i Pixies attaccano “Ed Is Dead” a pochi metri da te.

Credit: Press

Ma se “Exit Strategy” era costruito come una sceneggiatura lineare sulla migrazione da Galway a Londra, questo nuovo lavoro “The Entertainment” cambia prospettiva, concentrandosi sulla disconnessione e l’alienazione moderna. Invece di seguire un singolo protagonista, l’album interroga il concetto stesso di “intrattenimento” e il significato dell’interagire con la realtà oltre gli schermi. Solitudine, fragilità e impatto della tecnologia ne sono il filo conduttore.

Curioso anche il metodo di produzione: i membri della band hanno registrato le parti in isolamento per poi riassemblarle, creando un senso di tensione e “attrito” sonoro che rispecchia perfettamente il tema della disconnessione sociale. Resta però forte l’impronta cinematografica: brani come La Dolce Vita, The Magnificent Seven e True Romance citano esplicitamente il grande schermo, con un immaginario visivo che spazia da “Blade Runner” a “Drive”, fino a Fellini.
James McGregor evolve così dalle “micro-osservazioni” del debutto a una scrittura più introspettiva, una vera indagine sulla condizione umana attuale.

Ma vogliamo parlare della musica? Non ricordo un album recente con così tanti potenziali singoli. È tutta “roba da radio”, una sequenza di brani che ti permette di andare alla macchinetta del caffè senza preoccuparti di cosa mettere dopo per deliziare chi è bloccato nel traffico di punta. Non mi maledicano i fan dei Keane, ma ascoltando questo album ho pensato subito a “Hopes and Fears”: un disco che parte alto e non scende più.

I Clockworks nascono con un’anima post-punk e “sporca”, ma questo album segna una svolta verso atmosfere malinconiche ed epiche. In pezzi come The Double o True Romance, il piano diventa protagonista, creando quel tappeto sonoro epico e monumentale che era il marchio di fabbrica dei primi Keane. Il pianoforte martellante e l’atmosfera cupa di The Double costruiscono un crescendo emotivo pronto a esplodere, mentre in Work In Progress emerge il lato più vulnerabile: la voce di McGregor, pur restando più roca rispetto a quella di Tom Chaplin, cerca e trova la medesima catarsi melodica.

Con questo disco i Clockworks dimostrano di non essere “solo” una band post-punk, ma di saper maneggiare una scrittura pop sofisticata e arrangiamenti quasi orchestrali. È un’evoluzione che ripaga: quando una band decide di “ripulire” il suono, il rischio è quello di diventare banali; i Clockworks, invece, lo hanno fatto aggiungendo profondità, riuscendo a evolversi senza perdere un grammo della loro identità.


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