Cultura

Cannes 2026 – Garance, la recensione: Adèle Exarchopoulos salva un dramma che resta in superficie

Scritto e diretto da Jeanne Herry, Garance porta il nome della sua protagonista. È la storia di una giovane attrice, interpretata da Adéle Exarchopoulos, che cerca di sbarcare il lunario come meglio può tra spettacoli per bambini e qualche lavoro di doppiaggio, ma che fatica a stare dietro a sé stessa e a trovare soddisfazione nel suo lavoro. Per cercare di riempire il vuoto che la divora, Garance si ubriaca tutti i giorni, finché il suo alcolismo non diventa l’ingombrante protagonista della sua vita.

Siamo dalle parti del cinema francese del reale, quello che racconta la vita di personaggi comuni alle prese con i problemi della vita di tutti i giorni. La recitazione è naturalistica, la Parigi quella di periferia (ci sono numerosi viaggi in autobus dove Garance si sveglia in hangover), eppure questa osservazione a distanza ravvicinata di una vita semplice vissuta in modo difficile manca della capacità di raccontare le profonde difficoltà di questa ragazza. Ne capiamo infatti il dolore presente ma non le motivazioni, che non vengono mai spiegate o accennate, e per quanto questa scelta sulla carta possa anche funzionare, Jeanne Herry non la motiva mai con la regia, con un’idea di messa in scena o una prospettiva particolare. Niente di niente. Come si fa quindi ad empatizzare con Garance?

Ce la facciamo grazie ad Adèle Exarchopoulos, che fortunatamente è un’attrice formidabile. È lei che infonde nel suo personaggio la giusta dose di autoironia e carattere che rende il film quantomeno scorrevole.

E proprio in Exarchopoulos prendono corpo gli opposti che il film vuole raccontare, ovvero la fragilità e insieme la determinazione di chi soffre ma, volendo essere testardamente autosufficiente, si priva dell’aiuto degli altri. Il rischio concreto è quello di perdere il lavoro, le relazioni che contano e la possibilità di essere felici. È la condanna di chi è talmente abituato a soffrire che la sola idea di vivere diversamente diventa impensabile: è una questione identitaria, e lasciare andare vuol dire affrontare la morte metaforica della persona che si è stati.

Questo paradosso è estremamente complesso da raccontare ma Garance dimostra di saperlo saperlo fare solo in superficie, attraverso parole e fatti, non affondando in profondità quanto crede di sapere fare.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »