Tetto studenti stranieri, Schettini: “La domanda da farsi è ‘Quali strumenti devo mettere a disposizione di una classe in cui ci sono origini diverse affinché funzioni bene?’”

Sulla proposta del Ministero dell’Istruzione di fissare un limite del 30% per la presenza di studenti stranieri nelle sezioni italiane il dibattito resta caldissimo; a far sentire la propria voce è il professore e divulgatore Vincenzo Schettini.
Dall’osservatorio quotidiano della cattedra – che non ha mai abbandonato – il docente rifiuta l’idea di misurare la vivibilità o l’efficacia della didattica con una mera percentuale matematica. Di fronte a questa ipotesi, Schettini esprime il suo pensiero senza troppi giri di parole: “A scuola la prima regola che mettiamo sempre in pratica è l’accoglienza […]. L’accoglienza non ha colore della pelle, non ha nazione, non ha differenze religiose, l’accoglienza è accoglienza”.
I calcoli percentuali sulla vita di una classe rischiano infatti, secondo Schettini, di diventare una risposta banale a un problema complesso: nessuno può pensare che la presenza di ragazzi figli di immigrati sotto una determinata soglia garantisca, da sola, un insegnamento di qualità. La vera priorità per gli istituti riguarda semmai l’arrivo di risorse economiche e strumenti educativi. La varietà culturale rappresenta un’opportunità da valorizzare attraverso il sostegno linguistico e l’aiuto nei momenti di difficoltà:
“A scuola servono risorse. Servono risorse per fare sì che la diversità diventi, attraverso i sistemi di integrazione culturale, lo studio delle lingue, l’assistenza alle situazioni di fragilità, possa diventare una risorsa”.
L’empatia tra i banchi e la vera domanda da porsi
Nelle aule le relazioni personali nascono in modo naturale. Quando scoppia una discussione tra compagni, ricorda il docente, le cause non vanno cercate nella nazionalità dei genitori; le incomprensioni tra ragazzi esistono da sempre e prescindono dal passaporto. Oggi molte scuole affrontano situazioni delicate legate all’inserimento di alunni non italofoni; per questa ragione lo Stato deve sostenere i docenti nel coinvolgimento delle famiglie e nell’attivazione di progetti specifici.
Il cuore della questione non risiede dunque nei calcoli statistici, ma nei mezzi messi a disposizione del personale scolastico. Il professore rivolge un interrogativo preciso al Ministero: “La domanda vera che ci si dovrebbe fare non è quanti stranieri devo mettere in classe perché quella classe funzioni bene? La domanda che ci si dovrebbe fare è quali strumenti devo mettere a disposizione di una classe in cui ci sono origini diverse affinché quella classe funzioni bene?”.
I modelli d’integrazione in Europa: Francia, Spagna e Regno Unito
Il concetto di un limite rigido alle presenze straniere non trova posto nei sistemi scolastici dei principali Paesi europei. In Francia, ad esempio, si punta sull’inclusione immediata attraverso le Unità Pédagogique pour Élèves Allophones Arrivants (UPE2A): gli studenti vengono inseriti nelle classi ordinarie e seguono moduli intensivi di francese, con un tempo in aula comune che aumenta via via. In Spagna, invece, l’accoglienza è gestita dalle Comunità Autonome; a Madrid funzionano le Aulas de Enlace, dove i ragazzi ricevono un supporto linguistico mirato pur condividendo la maggior parte delle ore con i compagni.
Nel Regno Unito si applica da decenni il modello mainstream: i ragazzi con l’inglese come lingua aggiuntiva (gruppo EAL) frequentano normalmente la classe ordinaria, mentre l’istituto organizza il sostegno necessario. Questo sistema offre riscontri positivi; gli studenti EAL ottengono infatti risultati medi superiori ai madrelingua nei principali indicatori nazionali.
L’impegno dei docenti italiani
Nonostante le risorse spesso ridotte, gli insegnanti italiani continuano a garantire dedizione e passione ogni giorno. Il professore richiama la disponibilità di chi lavora nell’istruzione: “Una cosa che non manca è la buona volontà degli insegnanti di mettersi in gioco, di rimboccarsi le maniche e di lavorare con i ragazzi. Sempre”.




