Su Hezbollah e uranio Israele non cede. Pronto a fare da solo
Ultimo atto di ieri, l’Iran “prima che il gallo canti” potrebbe bombardare Israele. Perché Israele ha colpito un edificio di Dahiyeh, chirurgicamente, dove abitava un alto grado di Hezbollah. La nuova strategia del regime è conservare i proxy per il prossimo round, e se si deve arrivare a un accordo con Trump, anche gli Hezbollah, tradotto in lingua accettabile il Libano, devono essere dentro. Il portavoce dell’esercito ha avvertito: niente di sicuro ma intanto sono sospesi gli assembramenti, come due concerti; i sindacati dei maestri annunciano già, almeno per ora, che non ci sarà scuola, l’aeroporto funziona ma si fa cura di consigliare la verifica degli orari.
Ieri, mentre Trump annunciava che sarebbe stata la giornata della firma, il regime degli ayatollah ordina agli Hezbollah di sparare su Israele e tre droni esplodono nella cittadina di Shlomi. Il tormento dei bombardamenti continui ha svuotato il panorama della Galilea. L’Iran e gli Hezbollah sapevano bene quando hanno mirato alla popolazione che per quanto Israele tenga al rapporto con Trump lo avrebbe costretto a scegliere se abbandonare un terzo del Paese nelle fauci della prepotenza sciita terrorista. Certo: Netanyahu non c’entra col programma per i 60 cedevoli giorni di esperimento con passaggio di miliardi alle casse iraniane, può dissentire, ma non lo può impedire. Le esclamazioni di protesta contro il premier israeliano vanno girate a Trump, con cui sarebbe idiota rompere i rapporti, tenere il muso. Trump però non può bloccare Netanyahu. Lui e Israel Katz l’hanno detto e ripetuto, se gli Hezbollah sparano, specie alla gente dentro i confini, Israele vola a Dahiyeh. E così è accaduto: di nuovo come era già successo poco tempo fa. Trump ha reagito come ci si poteva aspettare, mentre l’ambasciatore all’Onu Mike Waltz e il ministro della difesa Pete Hesgseth poco prima avevano detto il contrario: Israele ha diritto di difendersi.
Ma non teme di restare solo se adesso verrà attaccato dall’Iran? Risponderà da solo? In realtà non c’è contraddizione, e non ci sarà fra l’alleanza di fondo con gli Usa e la possibilità che Israele combatta da sola: è già successo il 14 giugno dell’anno scorso, 200 jet hanno colpito 100 siti militari e nucleari eliminando più di 20 dei più importanti leader del regime e solo alla fine sono arrivati i preziosi B2 americani che hanno fatto a pezzi Fordow. Israele sa che se deve combattere da sola, dopo aver per cinque volte rotto la barriera dello scontro con l’Iran, non chiederà favori a nessuno, ma che il legame con gli Usa resta ottimo sempre. Che Israele affronti da solo nemici molto più grandi e più forti è capitato in quasi tutte le guerre. Trump a sua volta fa la sua guerra, deve subito risolvere la questione di Hormuz e solo nei prossimi 60 giorni darà una risposta sull’uranio arricchito. Ma questo, come il Libano, lo collega direttamente a Israele e mette in gioco l’onore di Trump, che nella fattispecie coincide col diritto di Israele all’autodifesa.
E il prosieguo della trattativa è ancora tutto da giocare. Il regime iraniano, come tutti i suoi alleati, è a pezzi, i numeri ci parlano di un’economia distrutta, di una leadership decimata, di una struttura armata ormai impari. Di forte l’Iran ha solo la determinazione totalitaria e religiosa, che fino all’ultimo lo rende forte nelle sfidare Trump.
Trump per mille ragioni cercherà la pace ma i fatti gli dimostreranno che con un regime sciita millenaristico, come Bernard Lewis ha spiegato più volte, è impossibile. Accadrà in 60 giorni? Intanto Israele sarà il forte guardiano dei limiti della decenza e della ragionevolezza legati almeno agli Hezbollah e all’uranio arricchito.
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