Società

Stress e burnout nella scuola, ANIEF chiede test obbligatori e un monitoraggio nazionale per tutelare la salute mentale di docenti e Ata

Che l’insegnamento sia una professione complessa e gravosa, lo sanno bene i milioni di docenti e operatori scolastici che ogni giorno affrontano aule affollate, relazioni educative sempre più impegnative, adempimenti burocratici in crescita e una crescente richiesta di disponibilità emotiva.

Ma ciò che fino a ieri veniva spesso liquidato come “stanchezza” o “stress passeggero”, oggi assume i contorni di un vero e proprio rischio professionale.

A confermarlo sono i dati emersi dalle recenti rilevazioni dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che hanno messo nero su bianco una realtà allarmante: gli ambienti scolastici italiani presentano livelli di criticità per la salute mentale dei lavoratori significativamente diversi – e in molti casi più elevati – rispetto a quelli riscontrati negli uffici, nel settore sanitario o negli ambienti industriali.

Di fronte a questo scenario, il sindacato autonomo ANIEF ha rotto gli indugi e lanciato una proposta articolata, che parte da un presupposto chiaro: non si può più rimandare uno studio accurato e sistematico sul burnout tra il personale della scuola.

Per il sindacato, infatti, manca ancora una fotografia precisa e aggiornata della diffusione del fenomeno sul territorio nazionale, e senza dati certi diventa difficile progettare interventi efficaci.

Per questo ANIEF chiede che venga attivata al più presto una ricognizione capillare che coinvolga tutte le regioni italiane, affidata all’Osservatorio nazionale, e che nel frattempo vengano somministrati test psicometrici specifici a insegnanti e personale Ata durante i corsi di aggiornamento sulla sicurezza già previsti per legge.

L’idea è quella di integrare la formazione obbligatoria con uno strumento di screening che possa rilevare precocemente i segnali di stress lavoro-correlato, offrendo al contempo un primo momento di ascolto e consapevolezza per i lavoratori.

A sostenere con forza questa linea è il presidente nazionale di ANIEF, Marcello Pacifico, che in una dichiarazione ufficiale ha sottolineato l’urgenza del provvedimento: “Sullo stress da lavoro correlato è arrivato il momento di attuare una ricognizione sull’intero territorio attraverso l’Osservatorio nazionale e nel contempo di somministrare dei test specifici al personale scolastico durante i corsi di aggiornamento sulla sicurezza. Stiamo anche coinvolgendo RSU e RLS e il Ministero dell’Istruzione, su tutte le questioni che hanno a che vedere con il burnout nella scuola, in primo luogo perché sia riconosciuto dallo Stato, oltre che per comprendere se interessa la maggior parte del personale”.

Dietro questa richiesta, infatti, non c’è solo l’esigenza di conoscere meglio il fenomeno, ma anche e soprattutto quella di ottenere un riconoscimento giuridico del burnout come patologia professionale a tutti gli effetti. Finora, chi insegnava o lavorava come Ata poteva al massimo segnalare un malessere generale, ma senza che questo si traducesse in tutele specifiche o in percorsi di uscita anticipata dal lavoro.

ANIEF, invece, sostiene che la natura usurante dell’insegnamento e dei ruoli di supporto scolastico debba essere ufficialmente riconosciuta, e che di conseguenza vada prevista la possibilità di andare in pensione già a sessant’anni per chi si trova esposto a livelli elevati di stress cronico. Una misura che, secondo il sindacato, non è più rinviabile, e che richiede un intervento deciso da parte della politica e del legislatore.

Ma come finanziare un provvedimento del genere, senza gravare ulteriormente sui conti pubblici o ridurre l’importo degli assegni pensionistici? ANIEF ha già messo sul tavolo alcune ipotesi concrete, frutto del lavoro del proprio Ufficio Studi. In particolare, il sindacato ha calcolato che sarebbe possibile attingere a una parte del cosiddetto “tesoretto” dell’INAIL, un fondo che oggi ammonta a circa 47 miliardi di euro.

Secondo le stime del sindacato, basterebbero appena 10 miliardi – poco più di un quinto del totale – per coprire i costi legati all’anticipo pensionistico per il personale scolastico a rischio. Una cifra importante, ma tutt’altro che irraggiungibile, che potrebbe essere utilizzata senza intaccare altre voci di spesa.

Inoltre, Anief propone di separare la spesa sociale dal bilancio INPS dedicato al pagamento degli assegni, creando così un canale autonomo di finanziamento per le pensioni anticipate legate allo stress lavoro-correlato.

Il ragionamento del sindacato parte da un presupposto che ritiene ormai incontestabile: se lo stress da lavoro è una patologia professionale, allora deve essere trattato come tale, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di tutela previdenziale e assistenziale.

Non si tratta, dunque, di un favore da concedere a pochi privilegiati, ma di un diritto che spetta a chi ogni giorno si trova a operare in condizioni di forte pressione psicologica, spesso senza adeguati supporti organizzativi o psicologici.

Il sindacato, intanto, annuncia che proseguirà il confronto con le rappresentanze sindacali unitarie, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e il Ministero dell’Istruzione, con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sul tema e di trasformare le parole in fatti.

Perché, come hanno ricordato più volte i rappresentanti di ANIEF, non si può continuare a parlare di scuola del futuro se non si garantisce prima di tutto la salute di chi quella scuola la fa vivere ogni giorno.


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