Società

Educazione sessuo-affettiva a scuola, l’allarme di Coluzzi: “Io non sono formato per fare questo, io faccio letteratura. Servono gli psicologi”

Mentre la cronaca registra quattro femminicidi in appena tre giorni, il paese sembra ormai essersi assuefatto a questa tragica contabilità estiva. Ma a fare indignare il professore e divulgatore Daniele Coluzzi non sono solo i numeri, quanto l’inutilità dei dibattiti che ne scaturiscono.

Dal suo profilo Instagram, il docente punta il dito contro chi preferisce filosofeggiare sulla correttezza di usare il termine femminicidio, o se questo costituisca una discriminazione per gli uomini, fino a teorizzare sulla presunta natura dell’uomo mediterraneo. “Tutte stupidaggini disgustose mentre le persone muoiono”, sbotta il docente.

Un investimento sociale che rema al contrario

Per fermare questa scia di sangue è indispensabile un investimento culturale a lungo termine, eppure la società sembra viaggiare in direzione opposta.

Coluzzi denuncia come i giovani siano quotidianamente lasciati soli ad assimilare modelli e stereotipi orribili: dal linguaggio aggressivo dei politici nei telegiornali fino alle trasmissioni televisive più seguite, passando per i testi delle canzoni. I ragazzi, pur essendo definiti fantastici dall’insegnante, crescono immersi in questa familiarità con la violenza, che finisce per anestetizzarli. “Noi stiamo investendo in violenza, non stiamo investendo in educazione, al rapporto, alla relazione”, osserva con amarezza l’insegnante, testimone quotidiano di questa apatia emotiva tra i banchi.

Educazione all’affettività: a scuola servono gli psicologi

La cura deve partire dalle aule scolastiche attraverso l’introduzione dell’educazione sesso-affettiva, ma senza improvvisazioni. Coluzzi chiarisce subito che questo delicatissimo compito non può e non deve essere scaricato sulle spalle dei docenti tradizionali. Il ruolo dei professori è un altro: stimolare riflessioni attraverso la letteratura e le pagine dei libri letti in classe. “Io non sono formato per fare questo io faccio letteratura“, ammette con onestà l’insegnante, spiegando che per gestire le fragilità profonde serve un intervento professionale. La sua proposta è far entrare stabilmente gli psicologi a scuola, gli unici in possesso degli strumenti adatti per confrontarsi con l’estremo disagio vissuto dagli studenti.

La prigione emotiva che soffoca i giovani maschi

Un tassello decisivo di questo percorso riguarda il modo in cui i ragazzi vivono la propria mascolinità. Il docente ci tiene a fare una precisazione fondamentale: gli uomini e i maschi non sono affatto il problema. Il vero pericolo è la cultura della violenza che la società ha costruito attorno alla figura maschile, una gabbia che finisce per soffocare gli stessi adolescenti. Molti studenti si confidano in classe confessando di vergognarsi e di temere il giudizio o le prese in giro dei coetanei se mostrano un briciolo di sensibilità.

I ragazzi lo dicono chiaramente: “Prof, ma io non posso esternare le mie emozioni, io non mi sento di farlo. Prof, io non sono in grado, non mi vergogno, vengo preso in giro”. Impedire loro di esprimere la propria emotività ha un costo altissimo, poiché la rabbia e la violenza rischiano di rimanere l’unico linguaggio accessibile.

Lo spauracchio della “femminizzazione” e la richiesta di maturità

Proprio su questo tema si innestano le polemiche più accese, alimentate da chi teme che l’introduzione dell’educazione affettiva possa in qualche modo snaturare l’identità dei ragazzi. C’è chi agita lo spauracchio di una presunta perdita di virilità, quasi come se parlare di sentimenti ed emozioni potesse “femminizzare” i maschi o alterare la loro natura.

Coluzzi decide di affrontare direttamente queste obiezioni, liquidandole come paure del tutto irrazionali e prive di senso. Non esiste alcun piano per stravolgere l’identità degli alunni o per imporre cambi di genere tra i banchi. “È inutile che vi spaventiate perché nessuno ve li vuole far diventare femmine, nessuno vuole che cambino sesso”, rassicura il professore rivolgendosi direttamente a chi alimenta questi timori. Il docente esorta l’opinione pubblica a superare queste barriere ideologiche e a guardare al problema con la serietà che merita, lanciando un appello alla responsabilità di tutti: “Per favore, cercate di essere maturi quando dite queste cose”.




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »