Stranezze di (fuori città), un segreto “sussurrato” sulla violenza ad una donna
Oggi scrivo un articolo di cronaca sulla violenza alle donne che sarebbe avvenuto intorno al 1920, in tempi in cui l’aggressività rifletteva una società patriarcale e la donna era vista come proprietà, in anni in cui quella crudeltà era considerata affare privato e quindi difficilmente oggetto di denuncia.
Trasferisco sulla carta un avvenimento “sussurrato” da un padre ad un figlio tanti anni fa, mentre si sgranavano i fagioli nel cortile di una casa di campagna tra Grunuovo e Campomaggiore, nel comune di Santi Cosma e Damiano (LT).
Lo farò in modo chiaro, obiettivo e accurato, rispettando le famose 5 domande: chi, cosa, dove, quando, perché.
Nel 1920, nel comune di Santi Cosma e Damiano e non solo, le famiglie facoltose e più influenti erano legate all’agricoltura, detenevano la proprietà terriera e ne gestivano le risorse.
C’era un’antica famiglia di origine greca stabilitasi nell’allora Regno di Napoli e riconosciuta anche nel ”Libro d’Oro della Nobiltà Italiana” che nel corso dei secoli acquisi’ titoli nobiliari e vasti possedimenti terrieri.
La famiglia possedeva ampie estensioni di terreno nella piana del Garigliano, una zona di confine cruciale tra le province della Terra di Lavoro e la neonata provincia di Littoria, oggi territori di Santi Cosma e Damiano, Castelforte e lungo la costa da Marina di Minturno sino a Formia.
La famiglia non era mai presente nella proprietà terriera, c’era però il loro mezzadro che la rappresentava.
Il mezzadro, non era il padrone, ma agiva come se lo fosse. Per conto della famiglia amministrava la vita e la morte di chiunque calpestasse quelle zolle. Gestiva i terreni con il pugno di ferro e le donne con il diritto del “predatore”.
Per le braccianti, piegate sui solchi, il suo desiderio non era un invito, ma una tassa da pagare per non morire di fame.
Quel mezzadro aveva un figlio che sembrava fatto di una materia diversa, la natura gli aveva donato quella bellezza che attirava gli sguardi femminili, che il padre pretendeva con la forza.
Una giovane donna dagli occhi scuri, come la terra bruciata dal sole, apparteneva alla schiera delle “obbligate” del mezzadro, ma segretamente era diventata l’amante del figlio
Il mezzadro scoprì che il suo stesso sangue gli stava rubando ciò che considerava suo possesso e il veleno che covava dentro di lui lo portò a cercare e poi a trovare “il fuoco liquido”
Era una notte senza luna, di quelle dove il vento che scendeva dagli Aurunci portava con sé l’odore del mare e della resina.
Il mezzadro attese, sapeva dove si sarebbero incontrati.
Non scagliò la sua rabbia contro il figlio ma contro la ”carne” di quella donna che entrambi avevano toccato.
La giovane donna giaceva nell’oscurità, convinta di accogliere l’abbraccio del giovane, sentì invece il peso freddo del mezzadro.
Prima che potesse urlare un dolore innaturale la investì, “il fuoco liquido” arrivò sul suo corpo.
Il mezzadro le gettò l’acido tra le gambe, mirando a distruggere la sorgente stessa del desiderio e marchiare per sempre l’organo che osava preferire un altro uomo.
Le urla della giovane donna si persero tra i canneti del Garigliano.
In paese non ci furono denunce; i padroni chiusero gli occhi per non perdere un mezzadro efficiente.
La legge degli uomini si fermò davanti al cancello della tenuta nella piana del Garigliano.
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