Stardust – King Crimson – Il disco dei King Crimson che folgorò Kurt Cobain influenzando i Nirvana di “In Utero” :: Gli Speciali di OndaRock
Si è più volte sottolineato su queste pagine come suoni assurda la contrapposizione tra prog e punk (vedi anche questo approfondimento). Ma l’onda lunga progressive è arrivata anche oltre, a lambire le frontiere di uno dei generi dominanti degli anni 90: il grunge di Seattle. Un’affinità elettiva che si può sintetizzare in un legame speciale: quello di Kurt Cobain con i King Crimson, e in particolare con il loro album del 1974, il rivoluzionario “Red“.
Rosso di sera
Quaranta minuti scarsi per demolire decenni di futuri luoghi comuni sul progressive. “Red” è anzitutto questo: il compendio di un’intera stagione ormai al crepuscolo, ma anche un vademecum imprescindibile per il rock del futuro. L’ibrido fertile che ridicolizza in un colpo solo tutte le frottole sulla presunta artificiosità del prog opposta alla genuinità del rock’n’roll “stradaiolo”. Niente onanismi strumentali, niente muffa: “Red” è rock moderno e abrasivo, in cui persino il sinfonismo si trasforma in lancinante deflagrazione.
Non sorprende allora che tra i suoi più ferventi estimatori ci fosse proprio Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana arrivò addirittura a indicare “Red” come il “più grande album di tutti i tempi”. Non solo: Robert Fripp ha raccontato che il disco venne rivenuto nel lettore cd di Cobain dopo la sua morte. A svelare la circostanza sarebbe stato il produttore Butch Wig, durante una conversazione con John Wetton, cantante e bassista che militò nei King Crimson per tre album (“Larks’ Tongues In Aspic” del 1973, “Starless And Bible Black” e “Red” DEL 1974).
Al di là degli aneddoti, comunque, il legame è soprattutto musicale: l’influenza di “Red” sembra riaffiorare nella ricerca di un suono fisico, ruvido e anti-patinato che avrebbe caratterizzato “In Utero“.
Uscito nel 1993, il terzo e ultimo album dei Nirvana fu anche una reazione alla perfezione sonora di “Nevermind” e alle dimensioni abnormi del suo successo. Cobain voleva recuperare attrito, rumore, dinamiche estreme, la sensazione di una band che suonasse senza filtri. La scelta di Steve Albini fu decisiva: batterie enormi e naturali, chitarre lasciate graffiare, feedback, distorsioni e violente escursioni dinamiche. “Scentless Apprentice”, con il suo riff monolitico e il drumming devastante di Dave Grohl, è forse l’esempio più evidente; “Milk It” alterna vuoti spettrali e deflagrazioni, mentre “Radio Friendly Unit Shifter” trasforma feedback e rumore in elementi strutturali. Persino dietro la melodia di “Heart-Shaped Box” e “All Apologies” resta qualcosa di ruvido e corrosivo.
Il distacco da un’era
È qui che l’impronta di “Red” si fa più nitida. Non si tratta naturalmente di un mero ricalco musicale – siamo sempre su coordinate molto distanti – bensì di una comune concezione del suono. Quasi vent’anni prima di “In Utero”, Fripp, Wetton e Bruford avevano già intuito quanto potesse essere moderna una musica costruita su questa tensione bruciante e abrasiva. Ed è proprio questa modernità a rendere “Red” un’anomalia nella storia del progressive. I King Crimson avevano contribuito in maniera decisiva a fondarne l’immaginario con “In The Court Of The Crimson King” nel 1969: mellotron, atmosfere dilatate, echi psichedelici, improvvisazione e grandiosità sinfonica. Cinque anni più tardi Fripp sembra intenzionato a distruggere dall’interno quello stesso linguaggio. La complessità rimane, ma perde quasi ogni carattere ornamentale. Il virtuosismo non scompare: viene piegato alla violenza. Il sinfonismo sopravvive, ma diventa minaccioso. E la chitarra, anziché ricamare, colpisce duramente.
La rivoluzione era stata annunciata da “Larks’ Tongues In Aspic” (1973) e “Starless And Bible Black” (1974), che avevano mostrato la volontà di Fripp di scardinare i dogmi del prog attraverso un chitarrismo sempre più squadrato, ossessivo e percussivo. “Red” porta quel processo al punto di non ritorno. Senza disperdere del tutto l’afflato romantico e solenne dei primi King Crimson, Fripp inventa una sorta di heavy-prog asciutto e affilato, destinato a riverberarsi sui decenni successivi.
Una concezione sonora sublimata nei dodici minuti di “Starless”, che riassumono il passato dei King Crimson e contemporaneamente lo superano. Si parte con l’incanto antico del mellotron, la struggente frase di Fripp e il canto dolente di Wetton; poi la musica si svuota e comincia una delle più formidabili costruzioni di tensione della storia del rock. Fripp reitera ossessivamente una figura minimale mentre basso e percussioni accumulano pressione, fino all’esplosione dell’intero gruppo e alla ripresa finale del tema iniziale, trasfigurato dal sax. Quiete cosmica e tensione parossistica, romanticismo e brutalità trovano qui una sintesi definitiva.
Senza disperdere l’afflato romantico e solenne che aveva fatto la fortuna dei primi King Crimson, dunque, il leader supremo Fripp ne opera l’ennesima palingenesi, inventandosi una sorta di heavy-prog che – a rischio di incappare nell’ossimoro – verrebbe da definire asciutto, tanto è aspro e affilato. Fripp si conferma genio bifronte: da un lato il colto avanguardista che insegue una prospettiva “artistica”, dall’altro il musicista rock che sa come colpire allo stomaco l’ascoltatore. Ecco allora i ferri del mestiere del prog – violino, tastiere, oboe, mellotron – convivere con gli assalti chitarristici di un ensemble mai così aggressivo, in un disco che suona come una liturgia nera, con la sua inquietante simbologia (“red nightmare”, “fallen angel”, “bible black”…).
Due parabole
“Red” e “In Utero“, del resto, condividono anche una curiosa posizione nelle rispettive parabole. Sono due dischi terminali, realizzati da gruppi arrivati a un punto critico della propria storia, ed entrambi reagiscono contro ciò che rischiava di imprigionarli. I King Crimson sembravano voler fuggire dal progressive che avevano contribuito a inventare; i Nirvana – e in particolare il loro leader – cercavano di sottrarsi alle lusinghe del rock mainstream nel quale il successo di “Nevermind” li aveva catapultati. In entrambi i casi la risposta passa attraverso l’inasprimento del suono e il rifiuto della levigatezza.
Quando “Red” arriva nei negozi, il 6 ottobre 1974, i King Crimson sono già sciolti: Fripp ha decretato la fine della band poche settimane prima. Il disco non ottiene grandi risultati commerciali, ma il tempo gli riserverà una rivincita smisurata. Più che il testamento dell’evo prog, finirà per diventare il suo definitivo traghettamento verso un’altra epoca. Il cielo è senza stelle, gli angeli cadono e il Re sta per congedarsi dalla sua corte. Eppure “Red” parla soprattutto del futuro: del metal più obliquo, del math-rock, del noise e del post-rock, ma anche di quel ragazzo di Aberdeen (Usa) che molti anni dopo lo avrebbe eletto tra i propri dischi di culto.
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