Umbria

Sequestrato Maduro, cosa accade ora al Venezuela e a Cuba


di Maurizio Troccoli

Per i venezuelani, oggi è un giorno migliore. Per il mondo, probabilmente no. Ogni violazione al diritto internazionale è un fiammifero acceso, che farà esplodere una miccia da qualche altra parte. Se fosse più sopportabile la dittatura di Maduro o il problema che si crea, nel sequestrarlo, lo scopriremo vivendo. Sta di fatto che solo chi non conosce minimamente il Venezuela non ha contezza della ferocia di quella dittatura. Di quanto chi vive lì sia terrorizzato ad esprimere una propria opinione. Di come siano stati catturati, puniti, espatriati o neutralizzati gli oppositori politici. Di quanta brutalità sia stata disseminata per le strade particolarmente dai motorizados, veri squadristi di prossimità. Di quanta corruzione e concentrazione di potere nelle mani dei militari sia stata perpetrata. E di come una intera generazione di intellettuali, ma anche di semplici laureati e giovani volenterosi abbia abbandonato il paese per un futuro dignitoso, lasciando in patria pochi anziani e ‘ultimi’ con scarsi strumenti per un reale riscatto personale. Dall’altro lato, solo un cieco tifoso di destra, può preferire la legge della giungla, fino al punto di occupare militarmente un altro paese, senza un mandato giudiziario, sequestrare un presidente, con accuse prive di ogni logica (è dai tempi di Chavez che si sapeva che senza la scusa del terrorismo si sarebbe usata quella del narcotraffico) rischiando di determinare imitazioni in uno scenario globale. 

Maduro lo continuiamo a chiamare presidente senza avere mai conosciuto se realmente lo fosse. L’Occidente non ha mai aperto una investigazione neutrale sui risultati elettorali. Il Governo Maduro non ha mai fornito prove inconfutabili della sua vittoria.

Chi vuole esemplificare, insinua che il mondo se lo siano divisi tra cinesi, russi e americani, accordandosi di agire indisturbati ognuno nella propria area di influenza. O se si vuole nel proprio giardino di casa. Ci sarebbero tuttavia almeno due puntualizzazioni. Il giardino di casa della Cina è ormai molto ampio. E questo Paese ha dato prova al mondo di non avere bisogno di sequestrare un piccolo dittatore di un piccolo paese debole militarmente per comandare. La Cina ha occupato mezzo mondo, con accordi di qualunque colore politico. Di natura commerciale, ma anche politici, legati alle infrastrutture, culturali, sociali e di ogni tipo di business. E’ arrivata sostanzialmente a comandare in molti paesi, senza prove di forza militare. Dimostrando cioè di essere una grande potenza mondiale. Una dittatura ufficialmente istituita, a influenza globale. Se il giardino di casa lo si intendesse della grandezza di una aiuola, e cioè si pensasse a Taiwan, sarebbe difficile immaginare il silenzio o l’inazione degli Usa. Secondo appunto: il mondo diviso in tre, mal si coniuga con la consapevolezza della democrazia americana di un presidente, protempore e alternabile, fosse anche uno sceriffo del mondo. Tradotto: Trump sa che se vuole farsi i fatti degli altri paesi, deve vedersela internamente.

Ciò premesso, come si spiega la consegna del potere del Venezuela sostanzialmente al governo Maduro, pur detenendolo in prigione a New York? La risposta è piuttosto semplice. Gli americani sanno, direttamente dal lavoro che la Cia sta compiendo in Venezuela da anni (non da mesi) riuscendo a corrompere livelli importanti del potere militare, che l’opposizione venezuelana non ha il consenso necessario e non è in grado di garantire quiete interna. Non solo. Ma Machado, premio nobel per la pace, risulta antipatica a gran parte della popolazione. Intendiamoci, popolazione non del tutto schierata con Maduro. La maggioranza dei venezuelani infatti è semplicemente terrorizzata. Impossibilitata cioè ad esprimersi liberamente sulle proprie preferenze politiche. Chi vota per Maduro potrebbe farlo, è in gran misura lo fa, perché minacciato, nel proprio quartiere, al punto di raccolta degli alimenti, sul posto di lavoro o nelle relazioni parentali, senza per forza scomodare i quadri politici e militari o la polizia ufficiale o autoproclamata che imperversa nelle strade. Questo sia in città che in provincia. Dall’altro lato chi non va a votare, potrebbe compiere questo gesto per esprimere il massimo del proprio dissenso. Chi vota all’opposizione lo fa con coraggio, in un contesto pericoloso. 

Dicevamo: Machado in buona parte è percepita come di alta estrazione sociale, burattina degli americani, pronta a mettersi al servizio degli yankee e di potentati economici. Consegnarle un governo significa determinare una immediata condizione di instabilità, in un momento incandescente, dopo il sequestro di Maduro. Fare continuare il suo stesso governo, in assenza del capo, ha portato al risultato di fare spegnere il fuoco agli stessi possibili incendiari. Il caos, agli Usa non conviene, nell’ottica di appropriarsi il prima possibile del petrolio ed evitare ulteriori problemi di carattere internazionale. Meglio tenere i maduristi a guinzaglio stretto, per gran parte già corrotti, con grandi quantità di dollari, obbligati a obbedire sotto la minaccia di condividere le sorti del capo. 

C’è chi chiede vendetta? C’è chi è a caccia dei traditori? In questo momento il Venezuela è diviso in tre. Una parte, il Governo, è in mano ai fratelli Rodriguez, lei presidente ad interim, lui presidente dell’assemblea. Hanno già un dialogo aperto con gli Stati Uniti e nel giro di pochi giorni sono passati dall’essere quelli che chiedevano la prova del proprio presidente in vita, dopo il sequestro, dichiarandolo unico capo indiscusso del Venezuela, a posizioni aperturiste verso gli americani. I quali avvisano di procedere nelle relazioni solo se il Governo venezuelano farà quanto sarà richiesto. E cioè la consegna del petrolio (dal quale le Cina ha fino ad oggi acquistato l’80% di quanto viene estratto) e il cambio progressivo dei vertici, con sostituzioni di massa di figure nei posti di potere che saranno richieste progressivamente in un tempo  ristretto. Quanto i due fratelli riusciranno a resistere alle vendette interne circa le epurazioni che saranno chiamati a compiere e con la ‘spada di Damocle’ di essere accusati quali i principali traditori di Maduro, lo vedremo. La seconda parte del paese è in mano a Padrino Lopez, capo delle forze armate venezuelane. In tutto il mondo ci si chiede come possa essere rimasto in piedi colui che di fronte al sequestro del suo presidente non è riuscito a sparare neppure un colpo di fucile. Figuriamoci di cannoni o antiaerea nel bel mezzo di un blackout, con aerei ed elicotteri americani che scorrazzavano sui cieli di Caracas indisturbatamente. Lui è ancora lì, garantendo, con tutti i vertici militari, il sostegno ai fratelli Rodriguez. Il sospetto è che potrebbe essere parte delle spartizioni e degli accordi. Il terzo è Diosdado Cabello, emblema del ‘chavismo’, ministro degli Interni, accusato come Maduro e ricercato con una taglia come lui, per presunto narcotrafffico, capo di tutte le forze di polizia e paramilitari che, in Venezuela comandano con il piglio della violenza e della ferocia. Si mormora che non abbia buone relazioni né con i cubani, nè con la Colombia, né con il Brasile, per cui una sua probabile fuga all’estero potrebbe non essere di facile soluzione, essendo il principale ricercato. Tuttavia si è lasciato immortalare in Venezuela, circondato dai suoi uomini, al fianco del nuovo governo. Ma sarebbe colui che, insieme al figlio di Maduro, appare come quello interessato a scovare i traditori. Quanto lo sia realmente, o quanto invece sia terrorizzato di fare la stessa fine del presidente, lo sanno probabilmente in pochi. Ma quello che sarà il suo destino personale dirà più di quanto si possa immaginare su come siano andate realmente le cose sul sequestro del presidente. 

Cosa accade ora a Cuba? Intanto si ricordi che 32 agenti cubani hanno combattuto per proteggere il presidente Maduro, perdendo la vita. Prima del sequestro di Maduro, il fatto che fosse circondato da guardie del corpo cubane, veniva spiegato con la motivazione che Maduro non si fidasse dei venezuelani. E c’era da crederci. Nè della forza armata, né dell’intelligence o delle forze di polizia. Dopo il suo sequestro si è appreso, dal Governo cubano, che quegli uomini erano in missione in Venezuela, paese dal quale Cuba riceveva significativi rifornimenti di petrolio e a cui garantiva servizi, tra cui la sicurezza del presidente, ma anche altri relativi alla sanità con una significativa presenza di medici. C’è chi afferma che Cuba possa essere tra i prossimi bersagli di Trump e che lì, si possa ripetere quanto visto in Venezuela. Ma Cuba non è il Venezuela, per due ragioni molto semplici. La prima è che le forze militari cubane sono più difficilmente corrompibili, poiché molto più indottrinate di quelle venezuelane e con un portato ideologico non paragonabile. A differenza dei venezuelani che, come noto, si lasciano volentieri corrompere non soltanto per il denaro, ma anche per la possibilità di visti validi all’espatrio allargati ai familiari, verso i vertici militari cubani questo tipo di operazioni risultano più complicate. In secondo luogo i servizi segreti cubani non sono paragonabili a quelli venezuelani, ai quali hanno offerto assistenza e affiancamento. E’ noto agli analisti come siano considerati tra i più efficaci al mondo. La Cia ha confermato 8 tentativi per catturare Fidel Castro tutti andati a vuoto. A questi andrebbero aggiunti quelli degli anticastristi senza lil dichiarato intervento di appoggio dei servizi segreti americani. Stando a quanto invece dichiarato dalle autorità cubane  e da ex dirigenti dei servizi segreti che lo proteggevano, Fidel Castro sopravvisse a 630 piani e tentativi di assassinio tra gli anni Sessanta e Novanta. L’ex capo del controspionaggio cubano Fabian Escalante stimò la cifra in circa 634–638 complotti o tentativi di ucciderlo, tutti falliti grazie al sistema di sicurezza interno. Secondo ex dirigenti della Cia, l’intelligence cubana rappresenta un avversario molto “irritante”, sviluppando anche una notevole capacità di controspionaggio.  I servizi cubani hanno combinato addestramento interno con formazione ricevuta da alleati del blocco socialista, in particolare sovietici e servizi della Germania Est (Stasi). Si collega la loro attuale efficacia anche ai metodi artigianali di spionaggio che continuerebbero ad applicare con una fitta rete di agenti, nonostante l’era digitale.

Introdursi a Cuba e prelevare Diaz Canel potrebbe essere più complicato e lungo dei 45 minuti che gli americani hanno dichiarato di avere impiegato per sequestrare Maduro. Cuba oggi piange i suoi 32 agenti e non risponde a come non si fosse accorta di quanto stesse per succedere al suo principale alleato Maduro. Ma è evidente che le informazioni su una possibile azione c’erano tutte. Tuttaia le forze che Cuba poteva mettere a disposizione le aveva già garantite. Insomma c’è abbastanza allarme all’interno del proprio paese da potere fare di più e di meglio altrove, sembrerebbe di capire. Quello che è prevedibile ora, stando a quanto dichiarato dagli Usa, è la resa, senza combattimenti da parte di Cuba. Oggi nell’isola si vive con inimmaginabile scarsità di alimenti, e la corrente centellinata per poche ore, tranne che nell’area centrale di L’Avana. Senza il petrolio venezuelano, sostanziale forma di sopravvivenza, Cuba conoscerà mesi terribili. Luce, acqua, generi di prima necessità che già sono praticamente inesistenti per la stragrande maggioranza della popolazione, secondo gli Usa, costringeranno l’attuale presidente, sotto la pressione della popolazione affamata, a chiedere una mediazione con gli Usa. Una mediazione che non può escludere, l’uscita di scena, se non dal Paese, dei dirigenti del partito e dell’ideologia socialista. Marco Rubio, attuale consigliere di Trump, senatore della Florida, della fine della rivoluzione cubana, ne ha fatto la sua principale bandiera per anni e mai più di oggi, potrebbe puntarci, non soltanto perché cubano di nascita, quanto per agguantare il ruolo di vicepresidente Usa, che sembra essere la sua ambizione. Dal fronte interno cubano ci si racconta consapevoli di simili scenari, come anche attivi nel tenere duro e trovare alternative agli attuali approvvigionamenti. Che i cubani possano puntare sui russi o i cinesi, viene vista come una ipotesi non di facile soluzione per loro. Sono amici ma non fratelli, come con Maduro. E la contropartita da offrire loro, non è appetibile, visti gli attuali chiari di luna. 

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