scacco alla banda dei portavalori di Cerignola, 7 arresti
Progettavano di assaltare la sede della Battistoli di Bari, società di vigilanza e sicurezza, accedendo al caveau per rubare decine di milioni di euro in contanti. Sette persone sono state arrestate dai carabinieri, eseguendo un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Bari sulla richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Tutti originari di Cerignola, dovranno rispondere di associazione per delinquere aggravata, rapina aggravata dal metodo mafioso e numerosi altri reati. Numerosi gli episodi attribuiti alla banda: uno di questi avvenne sulla Statale 96, nei pressi di Toritto, il 6 novembre 2004. Il gruppo assaltò un portavalori utilizzando tecniche paramilitari, aprendo il fuoco contro le guardie giurate. Tra gli altri episodi contestati, anche il furto di ben 4 autobus di linea, avvenuto ad Ostuni nell’aprile 2025 e finalizzato ad utilizzare quei mezzi per realizzare altri assalti. Nelle intercettazioni emerge la totale indifferenza, da parte del gruppo, per le sorti di passanti e forze dell’ordine. Il gruppo aveva la sua base operativa a Cerignola e aveva un’organizzazione rigida e precisa: per effettuare un colpo servivano almeno 30 uomini, tutti già formati e in grado di eseguire il proprio ruolo senza problemi. Per la prima volta è stato riconosciuto il metodo mafioso per questo tipo di reati.
Tra gli indagati c’è anche l’ex sindaco di Cerignola Antonio Giannatempo, ginecologo in pensione. Il nome di Giannatempo figura tra i nove indagati a piede libero. È accusato di favoreggiamento per aver avvertito uno dei presunti banditi e i suoi familiari della presenza di microspie nella stanza di ospedale dove l’uomo, ferito durante un assalto, era ricoverato. La vicenda risale ai giorni tra il 18 e il 25 novembre 2024. Giannatempo, già all’epoca in pensione, era stato in servizio proprio nell’ospedale di Cerignola dove il 40enne Biagio Barrasso, tra gli odierni arrestati, era ricoverato per aver subito una ferita da arma da fuoco nella rapina del 6 novembre di quell’anno. Secondo l’accusa il professionista si sarebbe adoperato affinché i familiari di Barrasso potessero visitarlo al di fuori degli orari consentiti per le visite, raccomandando di avvertire i visitatori di “parlare poco.. non tutto si può dire… tutt’al più le scrivessero le cose… portassero un foglio e una penna”. In questo modo, ritiene la Dda, avrebbe aiutato il 40enne ad eludere e sottrarsi alle indagini riguardanti le circostanze del suo ferimento, attive anche con intercettazioni audio-video nella stanza di degenza dove Barrasso era ricoverato, esortandolo a non parlare con nessuno.




