Ruderi, nel 2025 erano quasi 630mila: +129 per cento rispetto al 2011
Sono 635.754 mila in Italia le unità collabenti, cioè i fabbricati totalmente in rovina appartenenti alla categoria catastale F/2. Il dato, riferito al 2025, rispetto all’anno precedente rappresenta un incremento dell’1,1 per cento: nel 2024, infatti, erano 629.022. Lo rivela il report «Statistiche catastali 2025» elaborato dall’agenzia delle Entrate. Quando venne introdotta l’Imu nel 2011, ricorda Confedilizia, il numero di ruderi era di 278.121. Rispetto ad allora, l’aumento è stato, quindi, del 129 per cento.
Il nodo dell’Imu
Per il 90 per cento dei casi sonoedifici di proprietà di persone fisiche e, prosegue la nota di Confedilizia, spesso diventano ruderi non solo a causa del trascorrere del tempo, ma anche in seguito ad azioni volontarie dei proprietari. L’Imu, spiega la Confederazione italiana proprietà edilizia, si applica anche agli immobili dichiarati «inagibili o inabitabili» fino a che non vengono classificati come unità collabenti. Operazioni come la rimozione del tetto, quindi, possono sottrarre l’edificio alla tassazione patrimoniale. Secondo Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, il deterioramento di una parte significativa del patrimonio immobiliare italiano deve essere affrontato anche dalla politica, intervenendo su più fronti: dalle infrastrutture alla rigenerazione urbana, dalla riqualificazione al rilancio del territorio. Inoltre, aggiunge Spaziani Testa, «è indispensabile affrontare anche il nodo dell’Imu, una patrimoniale che, gravando ogni anno su immobili spesso privi di qualsiasi redditività, contribuisce ad accelerarne il degrado anziché favorirne il recupero».
Lo scenario italiano
Complessivamente, si legge nel report delle Entrate, a fine 2025 lo stock immobiliare italiano consisteva di oltre 79 milioni di immobili o loro porzioni. Oltre 68 milioni di immobili erano censiti nelle categorie catastali ordinarie e speciali, con attribuzione di rendita. Più di 3,8 milioni di immobili, invece, appartenevano alla categoria F, che rappresenta unità non idonee a produrre reddito, anche solo temporaneamente. Circa 7,2 milioni, invece, erano i beni comuni non censibili, cioè di proprietà comune e che non producono reddito, o unità ancora in lavorazione (64mila circa).
Circa il 90 per cento del patrimonio immobiliare italiano è di proprietà di persone fisiche, mentre il 10,8 per cento appartiene a persone non fisiche e solo lo 0,2 per cento riguarda proprietà comuni. Rispetto al 2024, lo stock immobiliare complessivo è aumentato di 465mila unità, pari a un incremento dello 0,6 per cento.
La rendita catastale complessiva, nel 2025, ammonta a oltre 39 miliardi di euro, il 61 per cento circa di cui è relativo a immobili di proprietà delle persone fisiche. Il restante 39,4 per cento è invece detenuto dalle persone non fisiche. La rendita, rispetto al 2024, è aumentata di quasi 263 milioni di euro, per un incremento dello 0,7 per cento. In media, la rendita è di 570 euro, ma si scende a 385 euro per le unità detenute dalle persone fisiche. Per le persone non fisiche, invece, il valore della rendita è in media di quasi 2.200 euro e di circa 310 euro per i beni comuni censibili.
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