Marche

«Quell’alba magica della Repubblica». Il referendum del 2 giugno 1946 raccontato da quattro centenari marchigiani

ANCONA I ventenni di allora videro l’alba magica della Repubblica Italiana e poterono contribuire a scegliere la strada votando al referendum costituzionale del 2-3 giugno 1946, per scegliere se confermare la Monarchia o dare al nostro Paese distrutto dalla guerra un assetto repubblicano e democratico. Ottant’anni dopo, quattro ultracentenari marchigiani raccontano quella giornata storica che proprio oggi celebriamo con la Festa della Repubblica.

Zara, la sarta di Arcevia

Zara Ferretti, 104 anni di Arcevia, nell’entroterra senigalliese, fu tra le 380. 016 donne marchigiane che votarono al referendum del giugno 1946. Per gran parte di loro si trattò della prima volta ai seggi, dopo l’introduzione in Italia nel marzo precedente del suffragio universale che riconobbe anche al genere femminile il diritto di voto. In realtà in diversi comuni delle Marche si era già votato alle amministrative del 10 marzo, ma Zara fu esclusa da quell’anteprima assoluta per motivi anagrafici. Era nata il 21 ottobre 1921 e non aveva ancora i 25 anni richiesti alle donne per votare alle Comunali. Fu il referendum, quando bastava la maggiore età dei 21 anni, che le aprì finalmente le porte dei seggi.

Matita e scheda, ago e filo

A lungo nella sua memoria ha associato il rumore deciso della matita su una scheda elettorale al fruscio dell’ago che trapassa la stoffa, operazione ripetuta all’infinito nella sua lunga attività artigianale di sarta. «Ero contenta di poter votare perché contava anche il nostro parere. Nessuno prima me l’aveva mai chiesto, ma sono passati tanti anni», ricorda oggi nonna Zara, aiutata dai nipoti, che con pazienza cercano di far rifiorire il suo passato. Rincorrendo l’immagine di quella memorabile giornata ai seggi, magistralmente rievocata nel 2023 dal film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, Zara si sforza dipanare il filo aggrovigliato dei ricordi. Quasi si giustifica, per i dettagli sfocati. «Ho più memoria del mio lavoro – dice -. Mi piaceva molto, avevo sempre intorno giovani ragazze a cui insegnavo il mestiere di sarta».

Lo scherzo di Wanda al nonno

Wanda Bonfigli, anconetana di 108 anni, ha raccontato la sua prima volta da elettrice mercoledì scorso alla Loggia dei Mercanti, durante un evento organizzato per gli 80 anni del voto alle donne. «Quel voto è stata una grande emozione, perché per la prima volta mi sono sentita un’italiana che valeva un po’», ha raccontato davanti a una platea composta in gran parte di studenti, ricordando la scheda tra le mani, l’ingresso al seggio, la sensazione improvvisa di contare davvero. Lei non ebbe dubbi: «Repubblica», ha confidato Wilma alla platea, aggiungendo il ricordo ironico del nonno: «Per farlo arrabbiare gli dissi che avevo votato monarchia. Poi gli spiegai che scherzavo». Ai ragazzi presenti ad Ancona ha lasciato un messaggio semplice: «Siate onesti, lavoratori e vogliate bene all’Italia».

Agostino, scrutatore a Pesaro

Il pesarese Agostino Ercolessi, classe 1923, ex insegnante e direttore didattico, nonché storico atleta e tra i fondatori del Panathlon Club, quel 2 giugno 1946 lo ha vissuto in doppia veste: da votante e scrutatore. «L’Ufficio provinciale dell’armistizio post bellico – ricorda sfoggiando una memoria lucida e aneddotica – ci pagava una cifra discreta e uscendo dalla guerra ce n’era bisogno. Mi venne assegnato il seggio al Kursaal: è stato abbattuto più di mezzo secolo fa ma i pesaresi se lo ricordano bene. Era in piazzale della Libertà dove ora c’è la Sfera di Pomodoro». L’emozione è un sentimento ancora vivo, 80 anni dopo. «Sentivo addosso il peso della responsabilità – racconta Agostino -, quel pezzo di carta che avrei infilato nell’urna avrebbe determinato il mio e nostro futuro. Ero figlio dell’Italia fascista, non avevo mai votato prima d’allora e compresi il significato di democrazia, Repubblica o monarchia? Repubblica, mai avuto dubbi. Ma la famiglia della mia fidanzata d’allora era conservatrice e di dichiarata fede monarchica e le discussioni sono state interminabili».

Guerino ai seggi in divisa

Guerino Patani, di San Benedetto del Tronto, a 109 anni è il carabiniere più longevo d’Italia. Ricorda, di quel 2 giugno, persino l’afa di Roma, dove prestava servizio. «Era una mattinata calda. Andai a votare, contento, con la divisa. Si sentiva che era una giornata importante, dopo tutto quello che avevamo passato. Era giusto che fosse il popolo a decidere e io votai per la Repubblica, perché molti militari erano rimasti delusi dalla Monarchia». La scelta, spiega, maturò in un clima di crescente sfiducia verso la Corona. Avevamo servito il Re, ma non avevamo più la fiducia di prima». Patani ricorda anche i giorni successivi, con la partenza di Umberto II per il Portogallo. «Noi eravamo i carabinieri del Re e quella notizia ci colpì. Ma era nell’aria e capivamo che sarebbe potuta finire così».

(testimonianze raccolte da Sabrina Marinelli, Nicoletta Paciarotti, Simonetta Marfoglia e Luigina Pezzoli)




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