quanta energia, quanta acqua e cosa c’entra il clima
L’11 agosto 2026 il consiglio comunale di Colleferro, in provincia di Roma, ha dato il via libera a uno dei più grandi data center per intelligenza artificiale mai progettati nel Lazio: 76 ettari tra l’autostrada A1, la via Casilina e la linea ferroviaria ad alta velocità, 150 megawatt di potenza assegnati da Terna, un impianto fotovoltaico da 34 MW e un sistema di raffreddamento a circuito chiuso pensato apposta per limitare i consumi d’acqua. Manca ancora l’ultimo passaggio, l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica previsto dal nuovo decreto legge 21/2026, ma il progetto della società Cobra Green Hyperscale è già il segnale più concreto di un fenomeno che fino a poco tempo fa sembrava riguardare soprattutto l’hinterland di Milano: il boom dei data center sta arrivando anche a Roma e nel Lazio. Ed è un fenomeno che porta con sé tre domande che si intrecciano tra loro: quanta energia serve davvero, quanta acqua consuma e che effetto ha sulla prospettiva di gestione climatica che l’Italia, come il resto del mondo, dovrebbe seguire.

Il boom in numeri
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, in Italia sono oggi operativi circa 200 data center, con altri 83 in costruzione. Negli ultimi tre anni il settore ha attratto oltre 7 miliardi di euro di investimenti, e le proiezioni indicano che questa cifra potrebbe triplicare entro il 2028. La Lombardia resta il polo nettamente dominante con circa il 68% della potenza installata a livello nazionale concentrata nell’area milanese, ma la regione Lazio si sta affermando come secondo polo di crescita, con una ventina di progetti in corso attorno alla Capitale. A questi si aggiunge, sempre a Roma, il campus Hyper Cloud di Aruba nell’area del Tecnopolo Tiburtino: un investimento da 300 milioni di euro che punta, a regime, a cinque data center indipendenti e 30 MW di potenza IT complessiva, con il primo edificio già in funzione da ottobre 2024.
Quanta energia serve davvero
È qui che i numeri diventano più difficili da interpretare perché la domanda “sulla carta” e quella realistica sono due cose molto diverse.
Terna ha registrato 450 richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale per una potenza complessiva che sfiora gli 82 gigawatt, una cifra enorme, quasi il doppio dell’intera potenza elettrica installata in Italia. Ma secondo Mauro Caprabianca, dirigente di Terna, buona parte di queste richieste è pura speculazione: soggetti che puntano a rivendere i terreni una volta che il gestore di rete ha definito le soluzioni tecniche di allacciamento. In sostanza i proprietari dei terreni propongono la compravendita di un’area già allacciata alla rete elettrica rendendo più appetibile l’acquisto.
La stima realistica di Terna è che, entro il 2030, si concretizzeranno soltanto 1,5-2 GW di questa domanda di cui oltre il 70% delle richieste è concentrato al Nord, circa la metà in Lombardia. Nel complesso, secondo le proiezioni citate da QualEnergia, i data center dovrebbero arrivare a pesare tra il 3% e il 6% della domanda elettrica nazionale al 2030, contro una domanda attuale stimata in circa 4,5 TWh l’anno, destinata comunque a raddoppiare o quadruplicare nel giro di pochi anni. Per la rete, questo significa un adeguamento infrastrutturale imponente: Terna punta a portare la capacità rinnovabile installata da 50 a 107 GW entro il 2030 e a ridurre la dipendenza dall’estero per l’energia dal 60% al 37%, anche per assorbire la nuova domanda concentrata in poche aree del Paese.

Il problema dell’acqua
Se l’energia è il tema più discusso, l’acqua è quello che sta emergendo più di recente come punto critico. Un singolo data center di grandi dimensioni può consumare tra gli 11 e i 19 milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento: l’equivalente del fabbisogno di una città di circa 40.000 abitanti.
Secondo una proiezione dello United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH), entro il 2030 i data center dedicati all’intelligenza artificiale potrebbero consumare, a livello globale, tanta acqua quanta ne serve all’intera Africa subsahariana ad oltre 1,3 miliardi di persone. In Italia il 63% delle richieste di autorizzazione riguarda ancora la Lombardia, dove la pressione sulla risorsa idrica è già tale che la Regione ha approvato una legge (la prima in Italia sul tema) che vieta l’uso di acqua potabile per il raffreddamento dei data center, spingendo gli operatori verso acque reflue trattate, riciclate o industriali non potabili. È proprio in questo contesto che va letta la scelta progettuale di Colleferro, che punta su un circuito di raffreddamento chiuso fornito da Mitsubishi Electric per minimizzare il prelievo d’acqua: un segnale che, con l’espansione del settore anche fuori dalla Lombardia, la gestione della risorsa idrica sta diventando un criterio progettuale imprescindibile, non un dettaglio tecnico.
Il nodo climatico
È qui che il fenomeno smette di essere una questione solo italiana e si collega alla traiettoria climatica globale. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), i data center di tutto il mondo hanno consumato circa 460 TWh nel 2024; nello scenario di base la cifra dovrebbe superare i 1.000 TWh entro il 2030 e arrivare a circa 1.300 TWh nel 2035, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa. Il punto critico è la composizione di questa crescita: secondo l’IEA le rinnovabili copriranno solo circa la metà della domanda aggiuntiva fino al 2030, mentre gas naturale e carbone insieme ne copriranno oltre il 40%. Un’analisi di Bloomberg NEF va oltre, stimando che entro il 2035 le rinnovabili e le batterie non copriranno più della metà del fabbisogno energetico dei data center, con quasi due terzi della nuova generazione elettrica che deriverà da carbone e gas: una traiettoria che, secondo lo studio, produrrebbe oltre 3,5 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 cumulate nel prossimo decennio, sufficienti ad attenuare significativamente il previsto calo strutturale delle emissioni legate all’energia atteso a partire dal 2025.

Una ricerca di Morgan Stanley, ripresa da Rinnovabili.it, stima che le emissioni dei data center potrebbero raggiungere 2,5 miliardi di tonnellate di “CO2-equivalente” entro il 2030, un livello che li renderebbe, da soli, il quarto inquinatore al mondo paragonabile a un intero Paese come l’India. La stessa IEA calcola che, per restare allineati agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, le emissioni dei data center dovrebbero invece dimezzarsi entro il 2030. È il paradosso al centro di questo boom: l’intelligenza artificiale viene spesso presentata anche come strumento per accelerare la transizione energetica, ma la sua stessa infrastruttura fisica rischia, nel breve periodo, di rallentarla.
Le nuove regole (e i primi conflitti locali)
Di fronte a una crescita così rapida, il quadro normativo italiano si sta muovendo in due direzioni parallele. Da un lato la Lombardia, prima regione a dotarsi di una legge specifica su localizzazione, standard costruttivi e obblighi per gli operatori; dall’altro il livello nazionale, con il decreto legge 21/2026 (il cosiddetto “decreto bollette”) che introduce un’autorizzazione unica capace di accorpare, in un procedimento di dieci mesi, la valutazione di impatto ambientale, l’autorizzazione ambientale integrata e il parere paesaggistico (lo stesso iter a cui è ora sottoposto il progetto di Colleferro). Un disegno di legge in discussione in Parlamento (S.1821/C.2083) punta inoltre a classificare i data center come “infrastrutture strategiche nazionali”, mentre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy prevede una corsia preferenziale per gli investimenti superiori al miliardo di euro. Nel frattempo, però, la crescita concentrata in poche aree ha già acceso i primi conflitti territoriali: nell’hinterland milanese, dove si concentra circa il 70% della capacità installata italiana, cittadini e associazioni ambientaliste si sono opposti a progetti su aree agricole a Bollate e Magenta, e a luglio 2026 circa 150 persone hanno manifestato a Lacchiarella contro un maxi-campus, contestando consumo di suolo e pressione sulle risorse idriche ed elettriche locali. Sono le stesse dinamiche (energia, acqua, uso del suolo) che il Lazio, con Colleferro e gli altri progetti in corso d’opera attorno alla Capitale, si troverà probabilmente ad affrontare nei prossimi anni, anche se al momento le proteste restano un fenomeno concentrato soprattutto al Nord.
Un’infrastruttura che va governata, non solo accolta
Il filo che lega tutti questi numeri, i 76 ettari di Colleferro, gli 82 GW di richieste sulla rete, i milioni di litri d’acqua al giorno, i miliardi di tonnellate di CO2 attesi a livello globale, è che il boom dei data center non è né una minaccia da respingere in blocco né un’infrastruttura neutra da accogliere senza condizioni.
È una nuova industria energivora e idrovora che si sta insediando su un territorio, quello italiano, già alle prese con obiettivi climatici stringenti e risorse idriche non illimitate. Le nuove regole in discussione dal divieto lombardo di usare acqua potabile per il raffreddamento, al procedimento autorizzativo unico nazionale, agli obblighi di recupero del calore di scarto, vanno nella direzione di governare questa crescita invece di subirla. Ma i numeri restano impegnativi: se le stime IEA sono corrette, l’espansione dei data center rischia di assorbire da sola una fetta significativa dei margini di manovra che l’Italia, e il mondo, hanno per restare dentro gli obiettivi climatici. Per Roma e il Lazio, che fino a poco tempo fa guardavano questo fenomeno da spettatori, la domanda comincia a farsi concreta: con quali garanzie energetiche e idriche accompagnare una crescita che, a Colleferro come altrove, è ormai arrivata anche qui.
Storicamente le rivoluzioni industriali hanno portato benefici di un certo tipo, ma la stessa storia ci insegna che ogni rivoluzione industriale ha consumato materie prime, prodotto inquinanti e causato danni ai lavoratori. Nel 2026 si spera che questa nuova rivoluzione industriale si basi su cautele e tutele.
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