Quando “l’onore” colpisce i corpi delle donne . Al Trame di Lamezia tra mafia e patriarcato
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Entrato nel vivo con la terza giornata, il festival Trame continua ad arricchire il centro di Lamezia Terme con un incontro dopo l’altro, per addentrarsi, più nello specifico, nelle dinamiche di legalità e democrazia all’interno di territori ed enti locali. Ma non solo. Come da sempre il festival dei libri sulle mafie ci ha abituati, arrivano anche quei momenti, alcuni libri, determinate esperienze che oltre a dare input di riflessione su alcuni precisi aspetti dell’universo criminale, danno anche un forte scossone in termini di sdegno, se non di repulsione vera e propria.
Insomma, se davvero ci fosse bisogno di ricordarlo, alcune storie sono un grande pugno nello stomaco. È il caso del libro di Celeste Costantino, ex deputata, attivista impegnata in particolar modo nella sensibilizzazione sulle violenze di genere, che proprio nel suo libro “Predatori. Sesso e violenza nelle mafie” (ed. Fandango, 2025) ha raccolto tredici storie terribili che ci restituiscono precise riflessioni sul rapporto tra mafia e cultura patriarcale. Probabilmente non tra le prime “sfere” che ci vengono in mente quando si parla di mafia, camorra o ’ndrangheta ma anche per questo motivo, per l’appunto, le storie delle molte donne, delle molte ragazze minorenni, delle tante vittime di stupri, abusi, violenze, femminicidi e… omertà necessitano di essere portate alla luce in tutta la loro crudezza, perché ci ricordano quanto anacronistica e aberrante possa essere l’idea di una mafia che si saldi con certi “valori”, certi falsi miti che fino a non molto tempo fa facevano ancora fatica a essere decostruiti (quello del “non si toccano le donne e i bambini”, per esempio).
«Il libro nasce tanti anni fa – racconta Costantino – quando facevo parte della commissione antimafia. Nel 2016 arrivò la notizia di una ragazzina di Melito di Porto Salvo che a 13 anni era stata stuprata per 3 anni da un branco di ragazzi del suo paese. A capeggiare questo branco era il figlio del boss locale. La storia mi portò alla mente un altro fatto sovrapponibile, avvenuto sei anni prima a San Martino di Taurianova, anche qui la vittima una ragazzina di 13 anni aveva subito per 3 anni consecutivi stupri di gruppo commessi da giovani affiliati a una cosca. Dinamiche uguali, la ragazza pensa di iniziare una relazione amorosa, avvicinata da un ragazzo più grande di lei, al loro terzo incontro si presenta il gruppo dei suoi amici e inizia questo primo stupro, filmato poi con lo smartphone per poter minacciare di diffondere le immagini o di fare del male alle persone più care».
Racconta ancora Celeste Costantino che proprio quando era pronta a consegnare le bozze del suo libro alla casa editrice arrivò la notizia di Seminara, il caso della ragazza che invitata dalle forze dell’ordine a denunciare lo stupro subito subirà poi la sua famiglia che le intima di “negare tutto”. Un “dolore nel dolore”, se così si può dire, perché come dice Costantino «c’è il tema della vittimizzazione secondaria che ha a che fare con le comunità con cui queste ragazze si sono trovate». Storie terribili che ci consentono anche di riflettere sulle fragilità delle mentalità criminali. «Si fanno chiamare uomini d’onore – aggiunge Costantino – si sono appropriati della parola “rispetto” ma nella loro costruzione di questo immaginario c’è il fatto che bisogna farlo attraverso il corpo delle donne. In qualche modo sublimano qualcosa che esiste già nella società fino a portarlo alle estreme conseguenze. Oggi a parte Vannacci nessuno direbbe che il femminicidio non esiste. “Loro” questa cosa la rivendicano perché fa parte di “quell’onore” che va custodito». Anche per questo, nel ripetere ogni 21 marzo la lunga lista delle vittime delle mafie i tanti nomi delle donne sono soprattutto di donne comuni, vittime dei sistemi criminali, donne che se diventano collaboratrici di giustizia lo fanno anche perché vogliono vivere e rifarsi una vita.
Dalla violenza sui corpi alle infiltrazioni amministrative, quelle subdoli, difficili da contrastare, quelle che inquinano troppi enti locali e non solo nel Mezzogiorno. Il pomeriggio di Trame è incominciato proprio con un incontro per i trent’anni di “Avviso Pubblico”, l’ormai storica associazione che riunisce regioni, province, comuni, con l’obiettivo di prevenire e contrastare mafie e corruzione. Per l’occasione, presenti sindaci e istituzioni, compresa la sottosegretaria di Stato all’Interno, Wanda Ferro, che ha esordito ringraziando Trame e ricordando la recente bella notizia sulla riapertura delle indagini per l’omicidio ancora irrisolto dei due netturbini di Lamezia, Tramonte e Cristiano. «Mi convince la grande azione culturale sui diversi campi – ha detto Ferro su Avviso Pubblico – nell’informare gli amministratori, nell’accompagnarli nell’idea dello sdegno, della denuncia. Al di là delle norme – ha ribadito – non è la norma che può cambiare la storia, la cambiamo tutti insieme ognuno per la propria parte». E ancora, spunti su leggi e scioglimenti, «Sugli articoli 142 e 143 del Tuel lavoriamo per stare al passo, è un grande testo ma si riferisce a comuni di vent’anni fa. Su tante regioni la polvere si è messa sotto il tappeto, ma lo Stato deve essere sempre più veloce, sempre più avanti». In conclusione il grande auspicio per Wanda Ferro: quando si parla di legalità non c’è appartenenza politica, ma una sola e unica cultura che deve accomunare tutti.
In serata, piazzetta San Domenico si è riempita per l’incontro con il Procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, e i giornalisti Pietro Comito e Arcangelo Badolati.
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