Perché l’Italia sta scoprendo il tennis di coppia

C’era la Court 7 gremita di italiani, oggi, all’ombra del Philippe-Chatrier, a spingere Simone Bolelli e Andrea Vavassori verso i quarti di finale del Roland Garros. La coppia azzurra, quinta testa di serie del tabellone, ha superato lo svizzero Jakub Paul e il britannico Marcus Willis per 6-4 6-3, proseguendo nel percorso netto nel torneo: vittoria d’esordio su James Duckworth e Marco Trungelliti per 6-2 6-4, successo su Yuki Bhambri e Michael Venus per 6-3 6-4, il positivo passaggio di oggi contro una coppia di fatto sconosciuta. Una prestazione solida, con un solo momento di difficoltà, sul 15-40 nel secondo set, prontamente recuperato. Da fondo campo la coppia azzurra, seguita nel box anche dal ct Filippo Volandri, si è dimostrata superiore, costringendo gli avversari a rischiare molto sul loro servizio, subissati di lob e ingressi sulla seconda.
In campo, dopodomani, li aspetteranno il ceco Petr Nouza e l’austriaco Neil Oberleitner, una coppia costituita pochi mesi fa. La chiave del match, ha spiegato Bolelli ai giornalisti, sarà contenere il più possibile il servizio di Petr, considerato “devastante”. Sulla “voglia di slam” Bolelli sceglie le parole con cura: un titolo nei major resta un obiettivo ma non deve diventare un’ossessione. L’approccio resta quello di preparare una partita alla volta, vivendola con serenità.
Per ricostruire la storia del doppio che sta facendo innamorare gli italiani bisogna tornare a cinque anni fa, a Cagliari, nel Sardegna Open che la pandemia aveva fatto comparire nel calendario. Nell’edizione del 2021 Vavassori, in coppia con l’altro torinese Lorenzo Sonego, battè proprio Bolelli e Andrés Molteni. Qualche mese prima, a Melbourne, Simone e Andrea avevano giocato insieme per la prima volta in ATP Cup. I contatti tra i due da allora divennero più assidui, il feeling tecnico e personale trovò via via conferme nonostante qualche prova incerta nel 2023. Infine, tra il 2024 e il 2025, il sodalizio si fece stabile e proficuo: due finali consecutive agli Australian Open, una finale al Roland Garros, due ATP Finals, i titoli di Buenos Aires, Halle, Pechino, Adelaide, Rotterdam, Washington, quest’anno i successi nei 1000 di Miami e Roma.
Al Foro Italico nessuna coppia interamente italiana aveva mai vinto. L’ultimo azzurro ad alzare il piatto che va ai vincitori era stato Omar Camporese, in coppia con Goran Ivanisevic, nel 1991.Il successo agli Internazionali d’Italia, appena due settimane fa, ha avuto come sfondo un capitolo che ha commosso molti. Daniele Bolelli, padre di Simone, è morto il 4 aprile a 71 anni, dopo una lunga malattia. Una settimana prima, a Miami, suo figlio aveva scritto sulla telecamera “Resisti papà” e Vavassori aveva aggiunto “Per te, Dani”. Quel Masters 1000, vinto contro Harri Heliovaara e Henry Patten, era stato dedicato a un genitore schivo, originario di Budrio, sempre al fianco del figlio, seppure non sui campi di tutto il mondo.
Prima di essere il doppista che oggi conosciamo, Bolelli è stato un singolarista d’eccellenza: dritto pulito, rovescio a una mano tra i più eleganti del circuito, nel febbraio del 2009 numero 36 del mondo e 2 d’Italia, dietro ad Andreas Seppi. Poi una serie di infortuni, soprattutto al ginocchio, rese impossibile che la sua carriera in singolare restasse ai massimi livelli. Il doppio, da specialità complementare, diventò il suo terreno più congeniale.
Con al fianco spesso Fabio Fognini, diversissimo per indole eppure perfettamente complementare, si consolidò un rapporto efficace: nel gennaio del 2015 vinsero gli Australian Open battendo in finale Pierre-Hugues Herbert e Nicolas Mahut, prima coppia tutta italiana a conquistare un major in era Open, un trionfo che mancava dai tempi di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola, vincitori del Roland Garros nel 1959.
Accanto ad Andrea e Simone c’è sempre, in tuta rigorosamente nera, Davide Vavassori, ex maestro al Pinerolo Tennis Club e coach della coppia, presente a ogni allenamento, che studia i video, prepara gli schemi, parla con i giornalisti. È il papà di uno, ma da tempo è qualcosa di simile anche per l’altro. Il percorso di Wave è stato simile a quello del compagno: anche lui ha provato a lungo a far coesistere le carriere in singolare e in doppio, per poi decidere che la seconda era quella sulla quale puntare. Nelle ultime tre stagioni ha giustamente pensato che sarebbe stato interessante provare anche a competere nel torneo di misto, accettando la proposta di una fuoriclasse come Sara Errani con la quale ha conquistato due slam americani, nel 2024 e nel 2025, e uno francese nel 2025. Oggi, per capirci, sempre sul campo 7 i due hanno compiuto una formidabile impresa, mettendo a segno nel supertiebreak nove punti consecutivi che hanno steso il duo ungaro-statunitense Fanny Stollar-Christian Harrison, aprendosi, grazie al 6-4 1-6 10-6, il passaggio ai quarti di finale.
Nel doppio, prima ancora della tecnica, conta chi hai accanto, dentro e fuori dal campo. Pesano la sintonia e la sinergia. A quasi 41 anni Bolelli dice di reggere bene, di divertirsi ancora, di contare su altre due o tre stagioni di attività al vertice e di avere un traguardo preciso in testa, le Olimpiadi di Los Angeles 2028. La sua non è una rivincita sulla non soddisfacente carriera da singolarista, ha precisato oggi in conferenza stampa (Vavassori mancava, ovviamente, perché stava giocando con Errani), bensì “una seconda, anzi una terza vita tennistica”. Wave, che ha incontrato più tardi i cronisti, dopo il secondo successo della giornata, è ancora nel pieno della sua “prima vita tennistica”. Il suo desiderio sarebbe vincere uno slam con Simone ma sa di avere davanti una carriera ancora lunga, almeno di dieci anni a girare per il mondo: il bello deve ancora arrivare.
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