Società

Paolo Ruffini: «Trovo Dio in una bella giornata, nei ricordi, nella mancanza di mio padre. E in un bambino che mi ha detto “ho paura di crescere perché poi mi manco”»

Paolo Ruffini parla di Dio come parlerebbe di un amico: con ironia, con rispetto, ma anche con la libertà di chi non smette di cercare. Dice che la fragilità è la forma più alta di bellezza, che l’intelligenza artificiale sta rubando spazio alla fantasia, che «in un mondo dove si scrive commenta ma si legge giudica bisognerebbe tornare a credere in qualcosa di buono e gentile». Non è un teologo né un moralista: è un attore che, dal palco, prova a restituire al pubblico la possibilità di credere, o almeno di stupirsi ancora. E lo fa con Din Don Down – Alla ricerca di (D)io, lo spettacolo dei record che stasera, 2 maggio, approda all’Arena di Verona dopo 70 date tutte esaurite e oltre 130mila spettatori. In scena, con la compagnia Mayor Von Frinzius – attori con disabilità che da vent’anni trasformano la diversità in poesia – Ruffini accompagna il pubblico in un viaggio dentro se stessi, verso quel Dio che «forse non è in cielo, ma nelle persone, nei ricordi, nella gratitudine, in chi riesce ancora a credere». Con tanta ironia, e pochissimo politicamente corretto.

Si aspettava un successo così grande?
«Quando siamo usciti con questo spettacolo eravamo cauti, quasi timorosi. Pensavamo: “Ci ammazzano”. Invece abbiamo capito due cose. La prima è che forse Dio è molto meno permaloso di tante associazioni e categorie, e questa è già una scoperta straordinaria. Vengono a trovarci anche sacerdoti: l’arcivescovo ausiliare della diocesi di Milano ci ha detto che c’è più Cristo in questo spettacolo che in tante chiese. Perché è uno spettacolo laico, ma affronta la spiritualità. L’altra cosa è che noi volevamo far ridere, ma ci siamo accorti che la gente si commuove tantissimo. Forse perché c’è bisogno, in questo momento storico, di ritrovare una propria sensibilità, una propria fiamma interiore. Noi siamo spaventati molto più dalla luce che dal buio, in questo momento. E questo spettacolo vuole accendere una candela dentro questo mondo buio e illuminare un viaggio, quello della ricerca di Dio. Dove Dio, alla fine, scoprirai che se ci credi o non ci credi è uguale. Puoi mettere una “d” tra parentesi. E forse non devi guardare tanto verso l’alto, ma dentro di te».

Se Dio entrasse in scena durante lo spettacolo, cosa farebbe?
«Forse direbbe “grazie”. Non a me, ai miei colleghi. Perché hanno il coraggio di essere se stessi in un momento in cui chiunque viene attaccato per questo. Oggi Trump andrebbe da Gesù Cristo a dirgli “ma tu sei fragile”, accusandolo di debolezza. Magari gli farebbe una bella foto con l’intelligenza artificiale, travestendosi. Io penso che Dio potrebbe entrare in scena e forse anche lui avrebbe voglia di semplicità, di andare al di là del concetto di bello e di perfezione, che sono concetti umani, canoni sociali che non gli corrispondono. Penso che potrebbe entrare in scena e raccontare perché ci ha creato così, meravigliosamente fragili e con caratteristiche così diverse».


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