Cultura

Orville Peck – Mule | Indie For Bunnies

Il cowboy dopo la maschera. Ci sono personaggi che nascono per nascondere una persona e altri che, paradossalmente, finiscono per rivelarla. Orville Peck appartiene a questa seconda categoria. Per anni la maschera, il cappello, le frange, il deserto immaginario, i cavalli e quella voce smisurata da cowboy arrivato da un’altra epoca hanno costituito una delle più riuscite mitologie della musica americana contemporanea.

Credit: Gordon Nicholas

“Mule”, però, è un disco sul momento in cui la mitologia si incrina e sotto il costume compare il corpo. Il titolo è già una dichiarazione. Il mulo è un animale ibrido, nato dall’incrocio di due specie, appartenente a entrambe e contemporaneamente a nessuna. È anche un animale da lavoro, resistente, ostinato, capace di trasportare pesi enormi. Peck utilizza questa figura per parlare di identità, dipendenza, solitudine e della distanza fra l’uomo pubblico e quello privato. Ma la cosa sorprendente è che non lo fa rinunciando alla propria teatralità anzi, la porta fino alle estreme conseguenze. Si tratta di un disco confessionale senza essere intimista. Non ci mette davanti a un uomo seduto nella penombra che ci chiede di ascoltare il proprio dolore. Ci mette davanti a un cowboy che continua a cantare mentre il paesaggio intorno a lui comincia lentamente a scomparire.

E quella voce. Quella voce rimane. Orville Peck possiede una delle voci più immediatamente riconoscibili della musica contemporanea: un baritono profondo, largo, cavernoso, capace di evocare il country classico ma anche una certa tradizione melodrammatica, da crooner. Canta magnificamente rock and roll, bluegrass, country, Americana e in questo disco ne dà ampia prova.

I brani si susseguono e trascinano, emozionano, intrattengono. Musicalmente, siamo di fronte a un “classico”: tutto il repertorio americano tradizionale. D’altronde Peck, con le sue corde vocali benedette da Dio, può permettersi di gareggiare con i mostri sacri senza sfigurare. Personalmente, preferisco i primi due album, per me magici, ma “Mule” è certamente una prova di maturità. È una narrazione cronologica. Segue la discesa, la dipendenza, la riabilitazione e la lenta ricostruzione di un’identità.

Per questo la figura del mulo è così perfetta. Non è un cavallo fallito. Non è un asino riuscito male. È un animale diverso.


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