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Non ho sonno, il segreto delle mani dell’assassino che pochi conoscono e tutti i retroscena e le curiosità del thriller di Dario Argento

Non ho sonno venne accolto come il grande ritorno di Dario Argento al thriller che lo ha consacrato tra i maestri dell’horror e del giallo internazionale. Dopo anni di sperimentazioni e percorsi differenti, il regista romano decise infatti di recuperare molti degli elementi che avevano reso celebri opere come l’iconico Profondo rosso. In questa pellicola gli ingredienti ci sono tutti: un serial killer enigmatico, una città carica di fascino e mistero come Torino, una colonna sonora firmata dai Goblin e un intreccio costruito su indizi, false piste e colpi di scena.

Dietro questo film si nascondono però numerose curiosità che contribuiscono a renderlo ancora più interessante. Alcune riguardano dettagli apparentemente marginali, altre raccontano aneddoti sorprendenti emersi durante la lavorazione. La storia del film prende il via nel 1983, quando il giovane Giacomo Gallo (interpretato da Stefano Dionisi) assiste all’omicidio della madre per mano del cosiddetto “Nano Assassino”, un serial killer che terrorizza Torino. Nonostante le indagini del commissario Ulisse Moretti (Max von Sydow), il caso sembra chiudersi con la morte del presunto colpevole.

Diciassette anni dopo, però, una nuova serie di delitti sconvolge la città. Le modalità ricordano inquietantemente quelle degli omicidi del passato e Moretti, ormai in pensione, viene coinvolto nuovamente nelle indagini. Al suo fianco si ritrova proprio Giacomo, deciso a scoprire finalmente la verità sulla morte della madre. Filastrocche misteriose, sagome di animali lasciate accanto ai cadaveri e una lunga scia di sangue, accompagnano lo spettatore verso un finale sorprendente, nel quale il passato e il presente si intrecciano in modo tragico.

Max von Sydow in una scena di Non ho sonno – Fonte: Medusa Film

La curiosità più famosa riguarda proprio uno degli elementi che più caratterizzano il cinema di Dario Argento: le mani dell’assassino. I fan del regista sanno bene che, in moltissimi suoi film, le inquadrature ravvicinate delle mani guantate del killer appartengono allo stesso Argento. Il regista ama infatti impersonare direttamente il misterioso assassino nelle scene in soggettiva, contribuendo a creare un legame quasi fisico con la storia.

In Non ho sonno, però, accadde qualcosa di inedito. I guanti scelti per il killer erano troppo grandi rispetto alle mani del regista. Per questo motivo Argento non poté interpretare completamente il ruolo dell’assassino nelle scene in cui compaiono le celebri mani guantate. Si tratta di un caso unico nella sua carriera e rappresenta una vera eccezione rispetto a una tradizione che aveva accompagnato gran parte della sua filmografia.

Se le mani non sono le sue, una parte dell’assassino continua comunque a portare qualcosa di fisico del regista. I sussurri, i respiri e le inquietanti vocalizzazioni che accompagnano alcune apparizioni del killer sono infatti stati realizzati direttamente da Dario Argento. È un dettaglio che molti spettatori ignorano ma che conferma quanto il regista fosse coinvolto personalmente nella costruzione della figura dell’assassino.

Stefano Dionisi e Chiara Caselli in una scena di Non ho sonno – Fonte: Medusa Film

Una scelta che senz’altro contribuisce a rendere ancora più inquietante la presenza del killer, che sembra quasi incarnare la visione stessa del suo creatore. Ma c’è un altro elemento che ancora più di tutti rappresenta la firma di Argento. Un pò del successo di Profondo Rosso, risiede anche nella simbolica colonna sonora. Chi non conosce la inquietante e incalzante melodia di tastiere e organo che fa venire i brividi fin dal primo istante? Ed ecco che in Non ho sonno ritornano i Goblin.

La storica formazione musicale era legata ad alcuni dei più grandi successi di Argento e il loro contributo aveva lasciato un segno indelebile nella memoria degli spettatori. Per Non ho sonno il regista decise di recuperare quella collaborazione, riportando nel film sonorità che evocano immediatamente il periodo d’oro del suo cinema. La colonna sonora fu particolarmente apprezzata e contribuì a ottenere una candidatura ai Nastri d’Argento, confermando quanto la musica sia una componente fondamentale dell’atmosfera del film.

Un altro dettaglio originale della storia è la filastrocca che scandisce la sequenza dei delitti. Nel film ogni omicidio sembra seguire le strofe di una macabra composizione infantile, elemento che aumenta il senso di inquietudine e richiama le favole oscure tipiche dell’immaginario argentiano. Pochi sanno però che quella filastrocca non nacque dalla penna del regista, bensì da quella della figlia Asia Argento. Il suo contributo creativo aggiunse un ulteriore livello di coinvolgimento familiare all’interno della produzione.

È arrivata mezzanotte,con il letto faccio a botte,ora inizia la mia guerracon le bestie della terra.[…] Quattro del mattino, ha acchiappato un gattinoma poiché l’ha graffiato,nell’acqua gelata l’ha affogato

Barbara Lerici in una scena di Non ho sonno – Fonte: Medusa Film

I riferimenti all’universo cinematografico di Argento sono numerosi e uno dei più evidenti riguarda Gabriele Lavia. L’attore aveva già lavorato con il regista in Profondo rosso e anche in Non ho sonno interpreta un personaggio che viene inizialmente considerato il principale sospettato. Non solo. In una scena particolarmente significativa pronuncia la frase “È tutta colpa tua”, con una recitazione e un’espressione che richiamano volutamente il celebre film del 1975. Si tratta di una sorta di autocitazione che molti appassionati hanno colto immediatamente.

Poi c’è la lunga sequenza ambientata sul treno che è una delle più spettacolari del film. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quelle scene non vennero realizzate all’interno di un set ricostruito in studio, ma su un vero convoglio ferroviario, percorrendo più volte la tratta tra Torino e Alessandria! E’ anche questa la grandezza di Argento. Le riprese si svolsero prevalentemente di notte e richiesero una notevole organizzazione tecnica. Il risultato finale contribuì a conferire un forte senso di realismo alla fuga della vittima e alle azioni del killer.

E infine il titolo. Anche il titolo porta con sé un retroscena interessante: prima di arrivare a quello ufficiale, il progetto era stato associato a un nome diverso. L’idea iniziale era infatti quella di chiamare il film Insonnia, una scelta che avrebbe sottolineato immediatamente il tema del sonno e degli incubi presente nella storia. Successivamente si optò per Non ho sonno, ritenuto probabilmente più evocativo e in grado di trasmettere una sensazione di inquietudine e tensione psicologica.


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