No xe storie | Un anno di Prevost: il papa che ha spento il circo
8 maggio 2026 – ore 06:30 – L’8 maggio dell’anno scorso, quando dal comignolo della Cappella Sistina uscì il fumo bianco e il nome di Robert Prevost cominciò a correre nei corridoi del Vaticano, molti pensarono a un papa di passaggio. Un americano scelto per raffreddare gli animi, riequilibrare il potere ecclesiastico e accompagnare la Chiesa fuori dalle turbolenze lasciate da due pontificati opposti e traumatici: quello incompiuto di Benedetto XVI e quello vulcanico di Francesco. Un pontefice di tregua, insomma. Uno destinato più a custodire che a incidere. Dodici mesi dopo, Leone XIV ha già smentito quasi tutti. E lo ha fatto nel modo più sottile e più devastante per i suoi avversari: senza gesti plateali. In Vaticano esiste una convinzione antica. I papi davvero forti non sono quelli che agitano continuamente il bastone o occupano la scena con dichiarazioni quotidiane. Sono quelli che cambiano gli equilibri mentre tutti pensano che non stia accadendo nulla. Prevost appartiene precisamente a questa categoria. Governa per sottrazione. Smonta senza teatralità. Corregge senza umiliare. E soprattutto non sembra posseduto da quella vanità ideologica che negli ultimi anni aveva trasformato ogni questione ecclesiale in una guerra civile permanente.
La stampa internazionale continua però a leggerlo con strumenti vecchi. Ogni suo gesto viene interpretato dentro il riflesso automatico del dualismo contemporaneo: progressista o conservatore, anti-Trump o trumpiano, continuatore di Francesco o restauratore mascherato. È il provincialismo politico del nostro tempo, incapace di immaginare che un papa possa semplicemente non voler fare il capo di una fazione. E infatti Leone XIV sfugge. Irritante proprio per questo. Trump stesso, involontariamente, gli ha reso un favore. Le invettive sgangherate arrivate dagli Stati Uniti contro i richiami del papa alla pace, all’immigrazione e al diritto internazionale hanno costretto Prevost a esporsi. Ma hanno anche mostrato qualcosa che molti non avevano colto: sotto i modi tranquilli esiste una durezza notevole. Una fermezza priva di isteria. Qualità rarissima in un’epoca nella quale tutti urlano per paura di non essere ascoltati. Per mesi lo hanno descritto come “il meno americano degli americani”. Sciocchezze. Leone XIV è americanissimo. Lo è nel pragmatismo, nella velocità con cui ha rimesso mano agli equilibri curiali, nella capacità di decidere senza annunciare continuamente di stare decidendo. Ma è un americano anomalo: cresciuto nel South Side di Chicago e maturato nelle periferie del Perù, abbastanza intelligente da sapere che il mondo non coincide né con Washington né con Manhattan.
Ed è qui che il nuovo pontefice sta giocando la sua partita più importante: liberare il cattolicesimo americano dalla sua nevrosi politica. La scelta di Ronald Hicks a New York al posto di Timothy Dolan vale più di cento documenti dottrinali. Significa archiviare la stagione dei “guerrieri culturali”, dei vescovi trasformati in commentatori televisivi, della fede ridotta a bandiera identitaria. Prevost sembra dire alla Chiesa statunitense una cosa semplicissima: il cattolicesimo non è Fox News con l’incenso. Anche i simboli raccontano questa restaurazione silenziosa della normalità. Il ritorno nel Palazzo Apostolico. Castel Gandolfo riaperto. La centralità restituita al Segretario di Stato Pietro Parolin. Persino la messa in latino concessa a Raymond Burke senza drammi apocalittici. Gesti piccoli solo per chi non capisce il Vaticano. In realtà, operazioni chirurgiche per ricostruire un’autorità logorata da anni di personalismi, tensioni e rivoluzioni annunciate. Prevost non rinnega Francesco. Sarebbe troppo intelligente per farlo. Ma ne sta archiviando il metodo di governo. E qui sta la differenza sostanziale. Francesco governava attraverso lo shock. Leone XIV governa attraverso l’assorbimento dello shock. Francesco amava rompere gli schemi. Prevost li ricompone.
Naturalmente il lavoro vero comincia adesso. Le finanze vaticane restano fragili. La Curia porta ancora le cicatrici di anni difficili. La Chiesa globale continua a oscillare tra spinte centrifughe e tentazioni ideologiche. Ma dopo appena un anno è già chiaro almeno un punto: chi pensava di trovarsi davanti a un papa debole ha scambiato la sobrietà per irrilevanza. Errore classico degli uomini troppo innamorati della propria voce. Leone XIV sta dimostrando che, perfino nel XXI secolo, il potere più efficace resta quello che non sente il bisogno di esibirsi continuamente. E forse è proprio questo che inquieta di più i suoi critici: dopo anni di papi trasformati in simboli globali, Robert Prevost sta tentando un’operazione quasi scandalosa per il nostro tempo. Tornare a fare semplicemente il papa.
L’editoriale è di Francesco Viviani




