No xe storie | Trieste si crede Vienna, ma campa di petrolio
28 maggio 2026 – ore 06:30 – Trieste continua a raccontarsi come una cartolina letteraria. Il vento, il caffè, Joyce, Svevo, i tavolini di piazza Unità e quella nostalgia mitteleuropea che ormai è diventata quasi una professione. Intanto, sotto i nostri piedi, passa uno dei sistemi energetici e logistici più importanti d’Europa. Ma di quello si parla poco. Troppo tecnico. Troppo concreto. Troppo poco poetico. Eppure la realtà è brutale: Trieste non vive di bellezza. Vive di tubi. Nel 2025 il sistema portuale dell’Adriatico orientale ha superato i 64 milioni di tonnellate movimentate. Trieste da sola si è attestata intorno ai 60 milioni. Numeri enormi per una città che spesso ragiona ancora come un elegante salotto provinciale. La parte più interessante, però, è un’altra. Da vent’anni la classe dirigente triestina tratta il porto come una gigantesca operazione estetica sul mare invece che come la più importante infrastruttura geopolitica dell’Adriatico. Mentre la politica locale discute ciclabili, dehors e rendering del Porto Vecchio come se bastasse inaugurare qualche passerella panoramica per entrare nel futuro, il porto continua a reggere l’economia reale dell’Europa centrale. La Germania resta il primo partner ferroviario dello scalo triestino con il 32% del traffico. Crescono i collegamenti con Duisburg, Budapest, Austria e Ungheria. Tradotto: Trieste conta più a Berlino che a Roma.
Ma qui arriva il paradosso italiano. Più il porto diventa strategico, meno la città sembra comprenderlo. Trieste possiede una delle poche infrastrutture realmente geopolitiche del Paese e continua a trattare il porto come un problema urbanistico invece che come una questione di potere. Ogni estate migliaia di turisti fotografano le Rive senza sapere che sotto quella stessa città passa il petrolio che alimenta Baviera, Austria e Repubblica Ceca. Intanto il mondo cambia senza aspettare le nostalgie triestine. La guerra energetica europea ha aumentato il peso del terminal SIOT. Nel 2025 il traffico di greggio è cresciuto oltre il 4%, anche per compensare le difficoltà delle forniture attraverso il sistema Druzhba verso la Repubblica Ceca. In altre parole: mentre l’Europa riscrive le proprie rotte energetiche dopo la crisi russo-ucraina, Trieste è tornata a essere una porta strategica continentale. Ma guai a dirlo troppo forte. Rischieremmo di disturbare qualche dibattito sulla movida. Trieste ha un problema semplice: preferisce raccontarsi invece di capire come funziona. Eppure i numeri sono lì. Le autostrade del mare verso la Turchia crescono. I traffici Ro-Ro aumentano oltre il 7%. I treni salgono nonostante i cantieri e le limitazioni infrastrutturali. Il mondo economico considera Trieste una piattaforma logistica. Trieste, invece, continua spesso a considerarsi un ricordo.
Naturalmente c’è anche il lato oscuro. Il traffico container cala pesantemente, colpito dalla fine dell’alleanza 2M e dalla crisi del transhipment. Alcuni dati parlano di un crollo vicino al 20%, con il Molo VII in forte sofferenza. Ma persino questo racconta qualcosa di interessante: il porto sta smettendo di vivere di traffici artificiali e torna a concentrarsi sull’hinterland reale europeo. Meno contenitori in transito vuoto, più merci collegate all’economia concreta del continente. È una trasformazione seria. Strategica. Da adulti. A Trieste esistono ragazzi che conoscono perfettamente la biografia di Svevo ma non saprebbero spiegare cosa passa dentro l’oleodotto transalpino. Il problema è che Trieste spesso preferisce essere affascinante piuttosto che importante. Ed è qui che la città rischia davvero di perdere il futuro: non per mancanza di opportunità, ma per incapacità culturale di accettare ciò che è diventata. Una piattaforma energetica. Un nodo ferroviario. Una cerniera geopolitica. Uno dei punti sensibili del Mediterraneo. La città che si sente ancora un romanzo mitteleuropeo rischia di svegliarsi come una semplice area di servizio energetica d’Europa.
L’editoriale è di Francesco Viviani




