‘Ndrangheta in Lombardia: il pentito Bellusci racconta armi e attentati nell’Alto Milanese
Se un vigile vuole indagare su affari poco chiari, la stazione della Polizia locale si ritrova le auto bruciate e per due anni i suoi ghisa vanno a piedi. Se un carabiniere fa bene il suo mestiere, si progetta di sparare alla sua auto. Se non paghi i debiti ti ritrovi, sanguinante e seduto sulla sedia di un bar all’aperto, con i cocci di un boccale di birra infilzati in testa. Se ci sono dissidi, ci si regola in piazza a calibro nove o mitragliette Uzi. Perchè armi non mancano, e nemmeno gli armieri compiacenti che smerciano colpi a volontà, i nascondigli poi stanno sotto i pollai, e alla bisogna si mette sul tavolo una vera Santa Barbara. Tanti frame per un solo lungo piano sequenza che immortala oggi, non trent’anni fa, l’ultimo far west della ‘ndrangheta. In Lombardia e per la precisione in quella patria del terziario che da Magenta corre verso Varese. Lo chiamano Alto Milanese e, dal punto di vista del controllo mafioso, sta al New Jersey come Milano sta a New York. Se nelle metropoli la mafia si nasconde dentro locali di lusso e complicate operazioni di Borsa, qua nell’hinterland che degrada a provincia tutto il potere dei clan si mostra nel suo essere concretamente anti-Stato.
Corre veloce il racconto di Francesco Bellusci, collaboratore di giustizia, affiliato alla ‘ndrangheta di Legnano e membro del Consorzio di mafie. Inchiesta Hydra, secondo interrogatorio in aula. E se nel primo, come raccontato dal Fatto.it, l’affiliato con dote di sgarrista ha rivelato la sua educazione criminale con annessi riti di affiliazione mai dimenticati dalle ‘ndrine, ieri ha messo sul tavolo ciò che molti anche nei palazzi del potere romano negano, e cioè la presenza mafiosa e il controllo del territorio al Nord, con una società civile inerme, se pur consapevole e a volte connivente.
Non c’è bisogno della collusione con la politica, basta il potere della violenza per affermare il controllo. Guarda Giacomo Cristello, con dote del Vangelo, padrino riconosciuto, già condannato nel processo in abbreviato, oggi libero per scadenza termini e residente a Buscate. Bellusci presto diventa suo figlioccio, da lui impara modi e metodi dell’agire mafioso. Lo racconta in aula. E spiega: “Quando lui entrava nei bar la gente cambiava espressione non facevamo in tempo a ordinare che era già pagato (…). La gente andava da lui per chiedere soldi in prestito o per chiedere droga. Lui era il referente per vari problemi e quando si metteva di mezzo con la sua parola le questioni si risolvevano”.
E’ da lui che Bellusci va per aver l’ok a bruciare le auto dei vigili della stazioncina di Robecchetto con Induno. “Ho bruciato due auto della Locale – spiega in aula – che indagava su di me”. Il direttore di banca infatti gli fa la soffiata. Dice che quel vigile vuole avere i suoi movimenti bancari. Dopo l’ok di Cristello, Bellusci procede. “Le ho bruciate io personalmente – spiega – . Prendo una bici e la tanica di benzina. C’era una Punto e una 147 della polizia, misi la benzina dentro i tergicristalli. Dopo mezz’ora sento i pompieri. Mai stato indagato. Per due anni il Comune non ha avuto disponibilità di mezzi e sono andati in giro a piedi”. Va meglio a una carabiniere che facendo bene il suo mestiere risulta antipatico alla banda dei calabresi. “Dava fastidio”, dice Bellusci. “Faceva il suo lavoro”, replica in aula il pm Rosario Ferracane che coordina l’indagine con la collega Alessandra Cerreti . Poi capita che il carabiniere sovente vada a trovare la madre che vive accanto al ristorante Da Mariuccia a Robecchetto. “Aveva una Punto verde che parcheggiava fuori – dice Bellusci -. Volevo sparargli contro la macchina”. Perché l’anti-Stato mafioso in Lombardia ragiona così. E però niente spari perché Cristello dice di no: troppo rumore avrebbe attirato le forze dell’ordine.
Attentati alle Istituzioni locali e non solo. Armi anche, tante armi, da quelle corte ai fucili alle mitragliette, cortesemente date in uso da un noto armiere di Cuggiono che allo stato non risulta indagato. “Ho acquistato colpi a volontà dall’armiere per vari soggetti e quando non li aveva li fabbricava in loco su commissione”. Il professionista, spiega Bellusci, forniva anche falsi tesserini delle forze dell’ordine. Da lui prenderà i colpi per una mitraglietta Uzi usata nel 2014 per far evadere l’ergastolano Mimmo Cutrì dal Tribunale di Gallarate. Durante l’azione morirà il fratello colpito da quegli stessi colpi. E della famiglia Cutrì il collaboratore parlerà molto, anche quando il figlio più piccolo di Totò Cutrì viene picchiato, e il padre vuole farla pagare a tale Alemao. “Andai a casa loro e sul tavolo avevano un sacco di armi”.
Ma è con Cristello che Bellusci risale la scala sociale della ‘ndrangheta. Cristello, per come è raccontato in aula, incarna alla perfezione il modo di agire violento, rappresentando il volto più livido della ‘ndrangheta. “A Cristello – dice – piaceva mostrare la sua forza intimidatrice, con la paura otteneva il rispetto”. Chi fa troppo “casino” in pubblico viene punito. Nei bar di Samarate (Varese) c’è un tizio, un gigante che, causa la cocaina, alza le mani. Cristello, racconta Bellusci, supportato da un altro gli staccherà un occhio con una spranga. “Mi disse che aveva agito così per fare vedere a Samarate che lui non aveva paura di nessuno, imponendo la sua forza sul territorio”. Ma è solo l’inizio del racconto di una provincia milanese che assomiglia a una macelleria messicana. C’è uno screzio per la gestione del traffico di droga? “Cristello si organizza e spara a Pino Davoli. Prende una Uno, siamo nel 2005. Aspettano sotto casa Davoli. Cristello aveva un parrucca. Lo chiama e gli spara alla pancia a Davoli che non muore”. Davanti al Capriccio di Arconate, il boss tira una sventagliata di mitra contro chi non ha pagato la droga al fratello Francesco Cristello.
“Lui (Giacomo Cristello, ndr) mi disse di essere legato alla famiglia Giampà da quando aveva 16 anni. Nel carcere di San Vittore conobbe il figlio di Silvio Farao e qui ci fu l’affiliazione formale. Mi disse di appartenere alla locale di Legnano e che fecero una riunione con Cenzo Rispoli per fargli gestire il territorio da Samarate a Magenta”. Poi l’ultimo frame: metà agosto nel pieno centro di Buscate dove chiesa, palazzo del Comune e Comando dei vigili si guardano. Si officia il rosario per la morte del padre di Cristello, ma lui Giacomo non è invitato. In quel momento siede al bar della piazza con altri compari e affiliati. Bellusci, così l’ha raccontata ieri in aula, sta per entrare in chiesa, quando a bordo di un macchina passa Francesco Cristello che guarda quegli uomini ai tavolini e urla: “E questa dovrebbe essere la ‘ndrangheta? Siete solo quattro pisciaturi”. Lo scontro fratricida è diretta conseguenza. Fino a che Giacomo Cristello spara al fratello con una calibro nove, ricevuta giorni prima dallo stesso Bellusci. Far west su sfondo lombardo, dunque. Cristello sarà arrestato, meglio si consegnerà, sollevando malignità sul fatto di essere un confidente dei carabinieri. Insomma, verrebbe da dire a chi, come il Consiglio superiore della magistratura, nega la densità mafiosa in Lombardia: questa è la ‘ndrangheta bellezza! Il cui volto finanziario e rarefatto è solo conseguenza di una realtà ancora arcaica e violenta.
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