Calabria

‘Ndrangheta a Reggio: «Chirico amico di Alvaro e Mancuso. Comparaggi e “rapporti trasversali”»

La Procura antimafia lo considera un uomo di ‘ndrangheta «di lungo corso» e dai «rapporti trasversali con altre famiglie calabresi di rilievo». Una convinzione che i magistrati reggini ricavano dall’analisi delle dichiarazioni dei pentiti, dalle sue frequentazioni e soprattutto dalla viva voce di Gaetano Chirico che, in alcune conversazioni, parla apertamente, per esempio, dei suoi rapporti con gli Alvaro di Sinopoli, storicamente federati con i De Stefano, e con i Mancuso di Limbadi. La figura di Chirico emerge con prepotenza in una delle tre ordinanze che compongono l’inchiesta della Dda “Epicentro2”, e che riguarda in particolare gli affari della potente cosca De Stefano di Archi. Considerato capo promotore dell’associazione mafiosa, gli inquirenti scavano nel suo passato criminale e nella centralità assunta nel corso degli all’interno della famiglia De Stefano.

«Gaetano Chirico faceva riferimento a stretti rapporti fiduciari intessuti, in particolar modo, con il capo indiscusso dell’omonima articolazione di ‘ndrangheta, Domenico Alvaro, comunemente conosciuto come “Don Mico”, oggi defunto».

Nell’intercettazione del 29 aprile 2021, l’indagato «pontificava – si legge nell’ordinanza – il ruolo di Domenico Alvaro: “Fermo restando che Mico Alvaro è vissuto, vive e vivrà per altri diecimila anni, perché noi non ce lo dimentichiamo chi era Mico Alvaro… E lo devono sapere tutti”». Da quella intercettazione, gli inquirenti deducono l’esistenza di «stretti rapporti del Chirico con Domenico Alvaro che con i figli di quest’ultimo, tanto da avere stretto con costoro anche un rapporto di comparato, ovvero un “San Giovanni”. Lo stesso Chirico significava che durante la “seconda guerra di ndrangheta” molti dei più giovani, appartenenti alla famiglia De Stefano, trovarono rifugio proprio nell’abitazione di “Don Mico” Alvaro, al fine di sfuggire alle faide che in quegli anni erano in corso nel territorio reggino». Un particolare, quest’ultimo, confermato anche nelle dichiarazioni del pentito Nino Fiume all’udienza del 6 giugno 2019 nel corso del Processo “‘Ndrangheta stragista”. Anche all’interno della cosca Alvaro, rilevano gli inquirenti, Chirico «distingueva i soggetti che riteneva di alto profilo e con cui si poteva “ragionare” rispetto ad altri… Appare di rilievo sottolineare come Chirico facesse riferimento ad imprecisati affari economici sottolineando che dal punto di vista criminale ciò che faceva la differenza sugli altri era lo “storico, ma lo storico della famiglia, delle persone”». E degli stretti rapporti con gli Alvaro, Chirico sembrava fiero. Un’altra intercettazione, infatti, «egli raccontava – scrivono i magistrati – che Cosimo Alvaro, allorquando era detenuto, aveva condiviso la cella con un soggetto di “San Giorgio Extra”, che era appartenuto alla compagine criminale degli Araniti, nonché in stretti rapporti amichevoli anche con Gaetano Chirico. Questi, una volta scarcerato, si era recato da Chirico per portargli i saluti di Cosimo Alvaro: questo gesto aveva determinato la sua reazione poiché meravigliatosi dalla circostanza che il predetto Alvaro, anziché portare i suoi saluti ai cugini De Stefano, aveva fatto riferimento a lui con l’esponente della cosca Araniti».
Non erano solo gli Alvaro ad avere rapporti con Gaetano Chirico ma, anche, altri esponenti delle ‘ndrine di altri mandamenti rispetto a Reggio Centro. «Il predetto riferiva di avere stretto rapporti con esponenti della consorteria Mancuso ed in particolare con Diego (“mbrogghia”) e Pantaleone Mancuso, quest’ultimo inteso “Luni”: “Onestamente, dove sono, per dire questi qua… diciamo stirpe “mbrogghia” e quegli altri perché …questi …inc… io con loro mi sono diviso il sonno».


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