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My New Band Believe – My New Band Believe: Dalle ceneri dei Black Midi :: Le Recensioni di OndaRock

Dopo lo scioglimento dei Black Midi, una delle più importanti band a cui la Windmill scene avesse dato vita, erano molti gli interrogativi che si ponevano riguardo agli ormai vacanti ex-membri. Era però al contempo impossibile aspettarsi che musicisti così brillanti e talentuosi dopo tre album tanto ambiziosi, nel culmine dei loro anni, restassero con le mani in mano.
E così dopo l’enorme debutto solista di Geordie Greep, “The New Sound”, anche il bassista Cameron Picton inizia a lavorare a un suo primo progetto personale, a una sua “new band”.

Il progetto di Picton, arriva dopo due singoli preparatori, poi non inseriti nell’album perché non coerenti stilisticamente con lo stesso, ma che facevano percepire una strabordante creatività. In “Numerology” (brano uscito a febbraio 2026) ogni singolo strumento aveva vita propria, si confondeva nell’enorme mischia degli altri per poi prendere spontaneamente la propria strada, un brano eclettico, ma con una rara solidità stilistica in cui la confusione generale era in realtà un grande disegno da vedere da lontano.
Già con il vero primo singolo estratto dal disco, “Love Story” si inizia a entrare nell’effettivo dell’album; la storia d’amore narrata da Picton è fatta di piccoli gesti ordinari e di quotidianità, di una melodia dolce e ripetitiva, che si serve di un pianoforte per entrare sul palco, e di un’orchestra d’archi per prendersi l’intera scena.

Il tema della quotidianità, del racconto popolare è ripreso anche in “Target Practice”, prima traccia dell’album. Seppur proponendo una melodia che appare quasi da filastrocca, l’arrangiamento e l’organico, in realtà tendono a una vestizione formale, a un abbigliamento elegante che però traballa e si contrae nel nome della frase clou del brano e forse di tutto l’album. “Non piangere, te lo meriti” si discosta dall’intimità in cui ci fa entrare Cameron in “Love Story” e in generale in tutto il disco, pur spalleggiando il cinismo emotivo che trasuda dalle sensazioni lunatiche del disco.
In generale, questa sensazione di alternata intimità fa da pilastro immobile; un racconto rabbioso a metà del quale però si narrano freddamente gli elementi taciuti di una relazione, ai quali la melodia può solamente aggiungere speranza.

L’aromaticità del disco però si inizia ad avvertire in maniera più intensa a partire da “In The Blink Of An Eye” che dopo tre minuti di delicate rincorse prog-folk che sbocciano dal nulla e scompaiono alla stessa maniera, si esaurisce nella ripetizione disperata della frase “Non piangere, non urlare” in un rigoglioso giardino prog, florido di strumenti e tecnica. Il culmine stilistico e artistico di “My New Band Believe” si raggiunge in “Heart Of Darkness”, un febbrile sogno barocco dalle sottili suggestioni medievali, nel quale Cameron Picton si impegna per costruire un caos organizzato, pilotato dal suo affidabile istinto. Sogni irregolari, che mostrano le sensazioni che provocano i confusi eventi descritti in un’epopea tiranneggiata da melodie incantate e catartiche, che passeggiano indebitamente tra il chamber folk e l’avant, sfiorando di striscio anche il flamenco.

Nei brani dell’album si alternano, così, momenti delicati, in cui la chitarra scorta le fragili voci di Cameron che echeggiano Elliott Smith e Richard Dawson, a momenti più densi, che guardano al chamber pop degli ultimi Black Country New Road (complice forse la partecipazione di alcuni loro membri a questo progetto), arrivando a sezioni decisamente più audaci, dinamiche, che però, come già detto, si esauriscono improvvisamente, nel nulla.
“Pearls” e “Opposite Teacher” sono i brani più deboli dell’album, pur vantando un pop barocco fatto di progressioni di chitarra e melodie invidiabili, suonano, nel contesto generale, come già sperimentate, diventando a tratti prevedibili. 
“Actress” è un ardente museo di sogni; dopo un’introduzione che ricorda un sonnolento risveglio mattutino alla “Lovely Rita”, si imbatte poi in un pop sinfonico, cinematografico che dona alla melodia un carattere e un umore mai sperimentato. Un villaggio pieno di personaggi, di strumenti, di voci e di melodie, nel quale Picton si destreggia cambiando talvolta umore e talvolta suono. Verso il finale, il brano assume una forma teatrale, ritmicamente verticale, debitrice del “Live At Bush Hall” dei Black Country. 

Con “One Night” si conclude un disco che brilla per arrangiamenti, performance (partecipano al disco tra gli altri anche membri dei Caroline e degli Shame) ed estro. Una prima prova corposa ed eccentrica che trasporta l’ascoltatore nel cinico sentimentalismo di Picton, costringendo a innamorarsi del suo immaginario da elegante favola massimalista, che sembra destinato a spingersi sempre più consapevolmente verso l’avanguardia.

02/05/2026




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