Morto colpito dal taser, il testimone in aula: “Elton colpito anche mentre era a terra”

Genova. “Elton Bani era disarmato e non ha cercato di prendere l’arma di un carabiniere. E’ stato colpito già con la prima scarica, poi la seconda ha colpito sia lui sia un militare, la terza è andata a vuoto e il quarto colpo lo ha preso sulla schiena mentre era già a terra”. Lo ha detto questa mattina D.T., 39enne senegalese, testimone oculare del tentativo di arresto che ha portato alla morte di Elton Bani, il 41enne albanese deceduto il 17 agosto dopo essere stato colpito dal taser di due carabinieri nel corso dell’incidente probatorio davanti al gip Giorgio Morando.
Per la morte di Bani, la pm Paola Calleri ha indagato due carabinieri per omicidio colposo e falso ideologico e altri due colleghi solo per falso. Il 39enne ha risposto per circa tre ore alle domande incrociate della pm, dei difensori dei militari (Mario Iavicoli e Giulia Liberti), del gip e dell’avvocato Cristiano Mancuso che assiste il fratello dell’operaio ucciso ribadendo quanto già dichiarato alla pm.
In particolare D.T. ha smentito quanto è stato scritto nella relazione dei militari indagati secondo i quali il 41enne avrebbe cercato di disarmare un carabiniere e ha spiegato che dopo il primo colpo sparato con il taser Bani era finito a terra, mentre nei verbali sarebbe scritto che il primo colpo era andato a vuoto perché uno dei due dardi avrebbe colpito un collega.
Sentito anche l’altro vicino di casa, T.W., commerciante tunisino di 39 anni, a differenza di D.T. ha visto solo la parte del fermo che si è svolta all’esterno dell’abitazione: ha confermato che Bani non era pericoloso ma era molto agitato e necessitava di un’ambulanza. Era stato proprio lui a chiamare i soccorsi e a Bani aveva dato dell’acqua. “Si era un po’ calmato” ha spiegato. Poi erano arrivati i carabinieri. Con la prima pattuglia la situazione era tranquilla e il 41enne si era calmato e rispondeva alle domande – ha spiegato il teste – Quando era arrivata la seconda, con i militari che avevano indossato i guanti i toni e i modi si erano alzati. Bani, che non aveva alcun arma, non voleva salire in casa dove i militari volevano accompagnarlo a prendere i documenti e a un certo punto si era attaccato alla ringhiera delle scale, ha ribadito il senegalese che aveva seguito passo passo i militari restando dietro di loro. Era stato tirato a terra e poi colpito dal taser.
“Le testimonianze ascoltate oggi – dice l’avvocato Mancuso – confermano che non cera la necessità di utilizzare il taser e soprattutto il quarto colpo, risultato fatale, mentre Bani era già a terra non avrebbe dovuto mai essere sparato”. Adesso gli atti ritornano alla pm che potrebbe delegare ulteriori indagini in particolare su una terza pattuglia di carabinieri che avrebbe detto a un testi di testimoniare a loro favore.




